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MONTAGNE DI ALFABETI ARMENIA 2000 - di Carlo De Pietro sabato 7 ottobre prologo milano - roma Il primo Est lo trovo già sul bus che mi porta in stazione centrale: è sabato mattina e l'autobus è pieno di quello strano invisibile mondo fatto di ucraini, moldavi, bielorussi che vive, traffica, si riproduce in permanenza all'ombra della stazione. Poi l'eurostar. Per compagne di viaggio tre israeliane; la nonna insegna l'alfabeto ebraico alla nipote. Vanno a Firenze, le informazioni scaricate da Lycos e stampate. Il mondo è sempre più piccolo. Lonely Planet ha appena pubblicato la guida sulla regione transcaucasica: vecchio nome russocentrico per le tre repubbliche federate di Georgia, Armenia e Azerbaigian. La prima cosa che colpisce è la ricchezza di alfabeti. Qui siamo al cuore della lingua scritta: causa ed effetto di una spiritualità che trova ispirazione e forza in un libro. Armeno, georgiano, cirillico, greco, arabo, latino, ebraico, copto, etiope. I geografi arabi del medioevo chiamavano il Caucaso Djebel al Alsine, montagna delle lingue. Tante lingue e tanti alfabeti. Il confronto con il resto del mondo è clamoroso. In Africa le lingue sono numerosissime, ma di alfabeti quasi niente, e quei pochi originati soltanto nel nord est del continente. ('Supra' in georgiano significa tovaglia e cena. Mi piace pensare non si tratti di coincidenza, ma di un etimo comune a quello latino.) In treno il solito bambino rompipalle: come fa a non esserlo con due genitori che non hanno nulla da fare se non dargli retta? L'angioletto si calmerebbe all'istante se capisse che nessuno -credibilmente- dà ascolto al suo ennesimo capriccio. Cercare di soddisfare tutti i desideri di un bambino non è possibile e quindi non è giusto. giovedì 12 ottobre malpensa - erevan (In treno per Malpensa, la fronte appoggiata al finestrino. Guarderei per ore le gocce di pioggia camminare spinte dal vento lungo il vetro. Spermatozoi intruppati allenati a camminare all'unisono, scoperti dalla luce e dal vento.) All'aeroporto di Zurigo c'è un internet point disponibile e gratuito. E mi trovo a scrivere ad amici di Milano e di Napoli, in piedi, accanto ad altri ragazzi che in lingue diverse sorridono nel leggere messaggi che arrivano chissà da dove e che sono disponibili ovunque ci sia un accesso a questa dannatissima meravigliosa rete mondiale. Qui realmente lo spazio non c'è più. Già nel bus che ci porta all'aereo trovo la mescolanza di lingue che mi aspettavo: insospettabili signore parlano in armeno per poi passare disinvolte a un ottimo inglese. Oppure il francese, o anche l'italiano. Lingue, di nuovo. Dove c'è lingua c'è l'uomo. E anzi la lingua resta anche quando l'uomo non c'è più. Andiamo a vederlo, questo piccolo paese così tenace e ostinato nella storia, cento volte più importante di quello che numeri e dimensioni lascerebbero credere. Accanto a me, in volo, Severine, svizzera per caso: fa agopuntura e massaggi classici, suona il flauto dolce.… Non vado avanti chiedendole di cosa vive perché mi sembra di infierire. Sposata con un armeno che fino a tre anni fa abitava a Erevan, viene a conoscere il paese e a visitare i parenti: lui è rimasto a casa, vicino Martigny. Dice che è geloso da paura, ma è certa che le cose si metteranno al meglio. Scendo ed è Asia. Per loro è Europa, ma nella mia geografia l'Europa arriva agli Urali a est e al Caucaso a sud. Si danno baci rumorosi sulle guance. In genere due, ma è consentito abbondare. Sono le quattro e mezza di mattina, io non ho nessuno da salutare: ho soltanto sonno. La lingua è un ostacolo notevole: se un cartello è bilingue, la prima è l'armeno e la seconda il russo. Anche i tassisti in agguato fuori dall'aeroporto non parlano che armeno. Eppure sull'aereo erano tutti ottimisti, a dirti che i ragazzi parlano inglese o francese. Sarà dura. Mi lascio portare in città dal gruppo di svizzeri francofoni con cui è Severine, venuti in Armenia per turismo e aiuto umanitario. Con loro sono quattro ragazze di Erevan che lavorano coi turisti. Una studia anche italiano e lo parla bene. Il gruppo scende all'hotel Erebuni, frequentato da turchi e iraniani (nel piazzale ci sono i loro bus), io e le ragazze invece procediamo. Starò a pensione da una di loro, Anna. Dall'aeroporto a casa ci mettiamo un paio d'ore: le strade sono buie e bucate, l'autista prudente, le ragazze abitano in periferie lontane. Nel mangianastri musica pop armena, orecchiabile. Ogni tanto, nel buio interrotto dai semafori, tutti funzionanti e buffamente rispettati nonostante l'ora, qualche finestra già illuminata. Rari uomini per strada. Aprono i primi baracchini che vendono pane e brioche, i minibus in attesa di passeggeri mattinieri: li chiamano mashrutka, ancora in russa, e sono minibus privati che fanno percorsi predeterminati. Come alzo gli occhi, una città che non finisce mai, un milione e duecentomila abitanti (ma forse molti meno, dissanguata dall'emigrazione che continua massiccia), fatta di quartieri denominati con un numero (primo, secondo, …) e costruita di immensi palazzi sovietici che soffrono di vecchiaia precoce. Grigi senza pietà, lasciati al buio, sempre oltre i dieci piani; là dove il cemento si è sfarinato iniziano ad affiorare il ferro arrugginito. Dentro ognuno di essi, centinaia di famiglie in appartamenti piccoli ma che volevano essere decorosi. E allora ascensore, bagno e wc. Il mio quartiere è il quindicesimo (mi sento un po' parigino). Il palazzo ha le cassette della posta sventrate, senza intonaco, senza citofono. L'appartamento ha tre televisori ed è supertecnologico: antenna satellitare, stereo JVC, telefono senza fili. Ma le scale sono al buio, la strada è tutta buche, l'acqua stamani -e assai spesso- non ha voglia di arrivare sin quassù. I genitori di Anna sono già in piedi: tra poco andranno a lavoro. Noi invece a letto. Lo stipendio minimo è di 15$ al mese, quelli statali buoni arrivano a 50, quello medio in città è di circa 30$. E la gente continua ad andar via. La fila per i visti al consolato USA dura ore, Los Angeles è chiamata scherzosamente Los Armenians, il paese si tiene sulle rimesse e sull'aiuto della diaspora. Come se questa fosse stato un investimento cosciente in vista degli anni bui venuti dopo. Mi metto a letto alle 7.40, la sveglia puntata alle 11. [L'Italia e le lingue. Sessanta milioni di persone. Il nostro è un paese abbastanza grande ma con una lingua usata solo all'interno dei suoi confini: troppo deboli, economicamente e culturalmente, per imporre la nostra lingua altrove ('sfortuna' di non avere un passato coloniale), e sufficientemente popolosa per giustificare il doppiaggio dei programmi TV. Fortunatamente però usiamo l'alfabeto latino, il quale in questo pezzo di storia sembra stia avendo la meglio sugli altri.] venerdì 13 erevan Ho dormito come un angioletto, all'undicesimo piano di questo mostro di cemento grigio. La giornata è bella, c'è sole e si sta in maniche corte. Mi affaccio dal balcone e mi trovo in mezzo a spianate di roccia grigia chiara, su cui sono sorti i nuovi quartieri. Di fronte ho l'Aragac, la più alta montagna del paese (4090 metri s.l.m.) e il sedicesimo quartiere, abitato soltanto a metà: il terremoto del 1988 ha lasciato gli scheletri dei nuovi palazzi a prendere il sole e le gru ad arrugginire. Sotto casa piccoli garage che germogliano senza regole accanto ai palazzi, in un incubo torinese anni '70 fatto di Lada beige, bianco e verde chiaro: è il modello della vecchia 124 Fiat, in Russia quasi monopolista per decenni. Sul tavolo in cucina cibo per un reggimento. Purtroppo però sono solo. Crema di formaggio, feta, frutta fresca e frutta secca, coca cola, caffè alla turca (ma qui è meglio dire all'orientale), affettati, miele. Il pane è finissimo, lo chiamano lavash e somiglia al pane carasau dei sardi, ma morbido. Per riabilitarmi agli occhi del papà di Anna, visibilmente insoddisfatto dalle quantità che sono riuscito a ingurgitare, bevo due bicchieri di cognac locale, facendogli grandi complimenti: è buono veramente e gli armeni amano raccontarti che il loro cognac era il preferito da Winston Churchill. Alla TV una serie americana che parla di medici, doppiata in russo. Riconosco George Clooney. Andiamo in centro con Anna: minibus a 100 dram, pari a 400 lire: non poco. Le ragazze spesso si tengono per mano. Un po' come le liceali da noi. Forse qui anche per ovviare alla drammatica penuria di uomini: sono quasi tutti partiti all'estero. E allora uomo più straniero fanno di me oggetto di sguardi insistenti da parte di tutte le ragazze passino per strada. (Quasi quasi mi trasferisco in Armenia.) Vado al museo di storia armena insieme al gruppo di svizzeri. Vecchiotto e decoroso, come le raccolte sovietiche sapevano essere. Se c'è una seconda lingua, è il russo. Come in tutti i paesi poveri, anche qui siamo oggetto di amorevoli e interessate cure ed è naturale (e cioè anche giusto) per loro sfruttare la nostra ricchezza chiedendoci mance e sovrapprezzi. A differenza che altrove, però, qui a curarci sono persone colte, non insistenti, e in generale la mancanza di turisti ha lasciato il fenomeno quasi impercettibile (e cioè io me ne accorgo, ma alcuni degli svizzeri no). Il simbolo dell'attuale repubblica d'Armenia è il monte Ararat con un'arca stilizzata in bilico sulla sua sommità. Difficile da far digerire ai turchi, ora che la montagna è in territorio turco. Nonostante Erevan sia stata fondata nel 782 avanti Cristo (era l'Erebuni del regno urartu) e da allora sempre abitata, la città attuale è figlia del piano urbanistico di Alessandro Tamanian, il quale negli anni '20 disegnò la nuova capitale della repubblica appena federata all'URSS. Ma, sebbene recente, la città è messa male. Qui c'è da ristrutturare per anni. Via Abovian è la via commerciale ricca della città. Khachatur Abovian, scrittore a cavallo tra '800 e '900, aggiunse tre lettere a un alfabeto già assai ricco (36 lettere) perché il paese potesse accogliere fonemi presenti in altre lingue europee e quindi star dietro alla cultura occidentale. Alla vista di alcune auto nuove e ricche, Anna sbuffa indispettita, chiamando i loro proprietari 'i nuovi armeni': sono i nuovi ricchi, quelli che hanno sfruttato il crollo e le privatizzazioni, la 'mafia'. Ma la transizione è, in gradi diversi, una trappola per tutti: oggi Anna non è andata a lavoro perché stanotte ha aspettato gli svizzeri e stamani doveva accudire me: in ufficio se l'è cavata con una telefonata, dicendo che era malata. Cosa pretendere di più in cambio di 40$ al mese? Ai giardini in cima a via Abovian tanta gente a passeggio, le ragazze mi guardano, un piccolo laghetto artificiale circondato di panchine zeppe di vecchiette al sole. Sull'acqua grossi canotti Lego, sui tavoli dei bar Coca Cola a farla da padrona. Gli alberi sono querce e una signora che vende semi di girasole ogni tanto si alza per raccogliere in un sacchetto di plastica le ghiande cadute per terra. Sono in mezze maniche, nonostante i quasi mille metri sul livello del mare di Erevan e nonostante l'autunno. Lo chiamano 'autunno dorato' e hanno ragione. (Le scope con cui spazzano i marciapiedi hanno, come in tanti altri paesi, un manico cortissimo e impongono una posizione stile mondina. Non ho mai capito perché non facciano manici più lunghi.) La gioventù è mediamente brutta. Il passeggio è quello di un tempo: passeggio, ancora passeggio, poi un cartoccio di semi o un vol-au-vent al formaggio. I semi costano 100 lire, serviti in un cono ricavato da pagine di quaderni usati, e le venditrici ne sono le divoratrici più assidue. Nei giardini una carrozzella tirata da un pony, una pista per macchinine elettriche come le Polistyl ma più grandi, tavoli da ping pong noleggiati a ora, alcuni bambini disegnano sull'asfalto con gessetti colorati, biciclette, chi ha più soldi ordina una birra seduto al tavolino all'aperto di un bar. Musica americana, armena e Ramazzotti. Non è nostalgia, la mia, per i gusti semplici del tempo che fu. E' meraviglia e piacere rassicurante di riscoprire come si può essere felici anche con cartoccio di semi, accovacciati alla balcanica sotto un salice. E poi vengano pure la playstation i taimagochi e i viaggi in Armenia. L'importante è ricordare -e la memoria qui è quella collettiva, e non quella del singolo- che si tratta di cose non necessarie a star bene con se stessi e con gli altri. Né necessarie né, ma questo lo sappiamo tutti, sufficienti. Passo per il conservatorio e per l'Opera: al primo danno Haydin, all'opera invece c'è un concerto della filarmonica di Erevan e tanta gente in attesa: il programma prevede Glinke, Bartok e Shostacovich. In città la musica si vede e si sente. E' frequente vedere persone che camminano con la borsa di uno strumento a tracolla. Tra i compositori armeni conosciuti anche da noi vi sono Aram Khatchaturian, ritratto pensoso in una statua fuori dall'Opera (che porta il suo nome), e Komitas. Soghimon Soghomonian cambiò il nome in Komitas quando divenne monaco. Nato in Turchia nel 1869, raccolse musiche e canti popolari armeni per le campagne e nei villaggi. Dopo il genocidio compose una musica su di esso, poi impazzì e visse a Parigi, vent'anni in un istituto per alienati, fino alla morte. Il suo nome qui è assai ricorrente, la città gli ha intitolato la sua sala da concerti più famosa e il paese lo considera una sorta di eroe nazionale. Va via il sole e si alza un vento freddo. A cena con Anna e Liana mie ospiti. Il ristorante lo scelgono loro; è presuntuoso, caro, bello. Mangio zuppa di yogurt feta e grano, poi kyufta. La kyufta è carne macinata fina, quasi 'montata', poi mescolata a cipolla e odori. Torniamo a casa col minibus. Anche stasera in casa siamo senza acqua corrente. In bagno c'è la carta igienica ma la usa solo Anna, giovane e moderna. I genitori invece usano cruciverba usati e un vecchio libro di matematica, che sta via via riducendosi da quando sono arrivato. Mi metto a letto. Un pianoforte si allena nel palazzo. Nella stanza accanto la mia invece russano. sabato 14 erevan - echmiadzin - erevan Alle otto in cielo c'è ancora la luna, piena e vicina. L'Aragac ha un collare di neve. Solita abbondante colazione. Panini imbottiti con feta, basilico rosso, cipolline e altra erba verde dal sapore acuto. Il Matenadaran chiude la prospettiva Mashtots, un tempo prospettiva Lenin, il viale più ampio della città disegnata negli anni '20. Sulla collina, sopra il Matenadaran, svetta la statua della 'Madre Armenia', che ha prontamente sostituito quella di Stalin dopo l'indipendenza. Il Matenadaran, letteralmente, significa deposito, fondo. Esso accoglie oltre 11.000 manoscritti armeni e circa 3.000 in altre lingue. La libreria si occupa della loro manutenzione e del loro studio. L'edificio, inaugurato nel 1959, è uno dei luoghi centrali dell'identità armena, meta di un vero e proprio pellegrinaggio nazionale. Il manoscritto armeno completo più vecchio qui conservato risale al VII secolo. Le scolaresche continuano ad affluire numerose e interessate. Altri fondi importanti di manoscritti armeni sono nelle due sedi dell'ordine mechitarita di Venezia e di Vienna, a Gerusalemme, Parigi, Los Angeles. Mesrop Mashtots è il religioso che nel 405 creò l'alfabeto armeno e cominciò a tradurre la bibbia e i filosofi greci. Dopo di lui, decine di frati, al riparo dei solidi monasteri armeni, dedicheranno la propria vita alla copia di tutto ciò che reputeranno interessante. Generazioni di copisti che nel VI secolo hanno già tradotto tutto Aristotele, nel X la maggior parte dei filosofi greci e romani. E poi, durante il medioevo e man mano che venivano in contatto (pacifico o no) con nuove civiltà e nuovi libri, continueranno instancabili a tradurre dall'arabo, dal persiano, dal turco. Tanti testi dell'antichità, andati perduti, sono ancor oggi disponibili nella loro traduzione armena che quei frati ne fecero nascosti tra i monti. Nella libreria, oltre a quelli armeni, sono esposti anche manoscritti georgiani, siriaci, italiani, arabi, etiopi, uno indiano su listelle di foglia di palma e uno ebraico, su un bel rotolo di pelle. Uno arabo del '600 illustra le teorie geometriche di un matematico morto nel 1037; nel '400 c'erano già saggi su teatro e cultura popolare; i manga giapponesi non sono necessariamente semplici, erotici e violenti: ce n'è uno datato 1812 meraviglioso. In fondo però il libro è un prodotto che, salvo tentativi stravaganti, è rimasto simile da settecento anni a questa parte: copertina rigida, rilegatura, pagine numerate e formato maneggevole. Mashrots e Komitas sono considerati eroi nazionali. Da noi eroi nazionali sono gli artefici dell'unità politica del paese: chi ha combattuto le guerre d'indipendenza, meglio se caduto per un atto di eroismo. Qui invece niente guerre: qui è eroe nazionale chi ha contribuito alla costruzione dell'identità del popolo armeno. Ed ecco allora la letteratura e la musica. Il fatto poi che i due fossero entrambi frati, rafforza il loro ruolo in quanto la chiesa armena è certamente l'altro elemento fondamentale di questa costruzione identitaria. Meshrots creò l'alfabeto e offrì una bibbia che diveniva affidabile nella traduzione, definita una volta per tutte. Komitas rese alta la musica popolare, dandole lustro e fama: in Armenia, ancor oggi, 'popolare' significa musica tradizionale, spesso disponibile nelle versioni che ne dettero compositori di ottima qualità. La musica pop commerciale, invece, è chiamata musica rock. Dieci anni di derussificazione feroce hanno fatto sparire tutti i segni ufficiali. Il russo rimane nei vecchi cartelloni o sul nome delle vie; rimane anche in qualche libro per le materie scientifiche; in molti libri usati in vendita sulle bancarelle (e una stella rossa a ornamento di via Tumanian, reliquia sopravvissuta al cambio della guardia tra le luminarie di un tempo). Ma ora la parola d'ordine è basta russo e via all'inglese, nuova seconda lingua nei cartelli dell'amministrazione pubblica o in quelli stradali. Signori si cambia (padrone). Passo da Kasa, l'associazione degli svizzeri, e regolo il mio debito con Anna: 12$ a notte con prima colazione. Kasa sta per Komitas Action Suisse-Armenie. E' un'associazione che, nata per iniziativa di alcuni svizzeri di origine armena, ha iniziato a venire qui dopo il terremoto del 1988. Nucleo iniziale del gruppo è un coro che a Ginevra canta musica armena. All'inizio gli interventi erano umanitari, con particolare riguardo per gli orfanotrofi. (Nel mondo povero orfanotrofio non significa sempre luogo per bambini che non hanno i genitori. No, qui spesso i bambini sono 'semplicemente' portati in orfanotrofio a causa delle difficoltà economiche della famiglia. E' difficile poter immaginare la disperazione di una mamma che arriva al punto di preferire perdere il proprio figlio pur di risparmiargli la miseria di una vita priva di sorrisi e speranze.) Chiacchiero con Dario Bandolfi, ticinese e attivista dell'associazione di cui la moglie Monique, armena turca, è presidente. Il loro primo obiettivo è quello di arrestare l'esodo armeno. Strumenti per raggiungere ciò sono un reddito decente, alcune infrastrutture sociali (ora vorrebbero costruire una scuola in un villaggio di montagna distrutto dal terremoto) e un capitale finanziario minimi a mantenere la gente nei villaggi. Non gli piacciono i nuovi ricchi e vogliono creare le premesse per una valorizzazione della cultura e del territorio locali. Ma per fare bisogna spendere. E coi soldi bisogna andarci piano, non avere fretta. Troppe permanenti, tinte e borsette nella sede dell'associazione. (E' sempre così, ovunque ci sia l'aiuto di noi ricchi. Qui almeno le borsette e le permanenti colpiscono meno che in Africa: lì è corto circuito culturale e identitario, qui invece la cultura è quella europea e le borsette sono poche soltanto perché non hanno soldi.) Mi ritrovo a propendere istintivamente per una soluzione di mercato: 12$ al giorno sono 'troppi'? Per provarlo offriamone sei: se qualcuno accetta vuol dire che è il giusto prezzo. Ma ogni qual volta si ragiona così nei paesi non ricchi si rischia di confondere il giusto con la necessità. Echmiadzin è la sede della Santa Chiesa Armena Apostolica Ortodossa, uno dei cinque riti principali della Chiesa d'Oriente. E qui risiede il supremo cattolico, capo della Chiesa Armena. Ci vado con un bus scassato che si spenge ogni volta che frena o si ferma. Ma non c'è alcun pericolo perché non supera mai i trenta chilometri orari. Va a gas, con grandi bombole sul tetto. Nel 163 dopo Cristo i romani fondarono la città e ne fecero la capitale dell'Armenia. Qui nel 301 San Gregorio 'l'illuminatore' guarisce il re Tiridate III Arshakuni dalla sua pazzia e nel 303 fonda la cattedrale, poi integrata lungo i secoli, specie nel VII e nel XVII secolo (quando fu aggiunto il campanile). San Gregorio si chiama 'l'illuminatore' perché, cristiano e perciò tenuto in fondo a un pozzo per dodici anni, riuscì a curare la follia del re Tiridate III, che si sentiva un maiale. Guarito, Tiridate si convertì e impose il cristianesimo ai suoi sudditi e al suo regno, il primo regno cristiano della storia. Tiridate era divenuto matto dopo aver fatto lapidare fino a uccidere Hripsime, una delle vergini mandate in Armenia per convertire la regione al cristianesimo. Incredibile storia: Roma manda un gruppo di vergini pulzelle a convertire dei pastori di montagna: quelle devono restare ovviamente vergini, il re ne fa uccidere una per avergli rifiutato le proprie grazie, ma alla fine la 'ragion di Stato' -e cioè la conversione- ha la meglio e trionfa. Hripsime, nel frattempo è rimasta illibata. Peccato però sia morta. Anche il povero Gregorio, dopo essere rimasto sottoterra al freddo e all'umido per dodici lunghi anni, ha di che rifarsi: contribuisce alla prima conversione -forzata- di un intero regno al cristianesimo, fonda chiese e ancora oggi è venerato col monastero di Khor Virap, letteralmente "profondo pozzo", ai piedi dell'Ararat: un posto talmente bello da essere il soggetto fotografico più inflazionato del paese. Nel 2001 si festeggeranno i 1700 anni di cristianesimo nel paese; a Erevan stanno costruendo una grande chiesa appositamente per la ricorrenza. E bravo san Gregorio. (In realtà, al solito, la verità è più complicata della leggenda. Le pulzelle non vennero mandate a 'conquistare' anima e corpo degli infedeli, ma scappavano dalle persecuzioni di Diocleziano, e non erano -ovvio- solo pulzelle. Anche sulle date non c'è chiarezza: la conversione del re e del paese sembra sia avvenuta nel 314, ma evidentemente gli armeni non hanno voglia di aspettare altri tredici anni per festeggiare.) Sulla strada per Erevan passano diversi cortei nuziali: poche auto, suonano, i mariti seri al volante, sul sedile posteriore un numero grande a piacere di persone, con molti bambini. L'interno della cattedrale è assai più ricco di decorazioni rispetto alle altre chiese viste finora. Dietro l'altare un arazzo raffigura l'inferno come una balena di Pinocchio, tutta nera, con lo sguardo cattivo e i fanoni che sono diventati denti appuntiti. ('E' tutto qui?', verrebbe da chiedersi: la cattedrale è una sede piccola per una grande chiesa. E non c'è neanche tanta gente, nonostante sia uno splendido sabato. Dov'è la diaspora, insomma? Ma anche se le visite non sono impetuose, il supremo cattolico ci guarda rassicurante da un ritratto; al primo sguardo l'avevo preso per una fotografia. Non credevo in giro ci fossero ancora ritrattisti così bravi coi pennelli.) Sole, Ararat e Aragac innevati e maestosi. Peccato che nonostante queste montagne, l'aria pulita e la frutta impilata lucida in piramidi perfette, la gente qui non ride. Tutti seri, pochissime parole. Gente di montagna. E che ha preso troppe batoste da mille anni e più, per ridere. Parti, persiani, bizantini, ottomani, russi, mongoli, romani, macedoni: tutti a imporre o rubare qualcosa; tutti a togliere un pezzo di sorriso. C'è Medio Oriente e Asia Minore, in questo: non ce lo vedo, io, un iraniano ridere tanto per fare. Poi questo paese piegato, l'esodo verso Stati Uniti ed Europa che non smette. C'è poco da ridere. E loro si adeguano. Alla chiesa di santa Hripsime (VII secolo) ci sono tre matrimoni in coda. Vengono qui a fare le foto, ancora però non così tante da riempire una valigia, come ormai è buona norma da noi. Una coppia ha portato anche due colombe bianche, liberate sul sagrato. Le colombe sbatacchiano un po' in qua un po' in là, prendono la rotta dell'Aragac poi ne vedono uno più alto e si dirigono verso l'Ararat. Chissà se sarebbe invidiosa Hripsime, se sapesse di tutti questi sposini felici proprio nel luogo in cui lei fu uccisa per essersi rifiutata al re. Torno a Erevan e ai suoi panni stesi ad asciugare su lunghi fili, tra un palazzo e l'altro, tra una strada e l'altra. Trenta chilometri a lire 1000. Mi fermo al mercato centrale coperto. Bellissima frutta ma poco altro: non ho ancora visto un prodotto di artigianato decente. Hanno fichi neri lisci e piccoli: buonissimi; li mettono a conservare nello sciroppo, interi. Forse solo a Niamey e Nouakchott ho visto una capitale così povera di turisti. Finito il turismo dell'impero sovietico, un tempo importante (specie a traino della Giorgia, meta ambita e frequentata per i boschi, il clima mite e -soprattutto- le spiagge del mar Nero), ora i russi non vengono più ma non sono arrivati a sostituirli neanche gli europei occidentali. Troppo caro il biglietto, troppo difficili alfabeto e lingua, troppo seri gli abitanti. Forse mi aspettavo più armeni sulle tracce dei propri avi; quello sì. Il monumento al genocidio ha un nome facile facile: Dzidzernagapert. Ma prima di arrivarci sono attratto da uno sciame di ragazzi che entrano in una grande struttura in cima alla collina. E' un'immensa sala che fa da palasport e da auditorio, entro, c'è della musica. I miti pop e rock del momento, tra cui sette ragazze in divisa militare e capelli sciolti che si presentano dietro una cortina di fumo bianco, e una bambina tutta in bianco che con voce sciropposa e mossettine alla turca incanta le 20.000 persone presenti. Resisto cinque o sei canzoni per curiosità intellettuale, poi riesco a uscire nonostante il muro di folla che ancora preme per entrare. Il tutto presidiato da centinaia tra poliziotti e polizia militare. Diamogli qualunque cosa purché ci siano luci, colori, ritmo e possano stare insieme e vedrai che gli piacerà. Io mi trovo al solito freddo, incapace di condividere. Il memoriale del genocidio mette pace e angoscia. Pace perché sta in fondo a un ampio parco che si affaccia sulla città: scorre lì sotto, rumore soffuso e continuo, tappeto indistinto di edifici sgangherati. Angoscia perché la fiamma sempre accesa è a ricordo di un milione e cinquecentomila armeni ammazzati o lasciati morire per un cognome che finiva per yan o per indizi simili. Passeggio col signor Deren, anziano archeologo e antropologo, membro dell'Accademia Nazionale delle Scienze. Distinto, barba bianca e spalle dritte. Porta una spilla a forma di bandiera svolazzante sull'occhiello e si sforza di andare a ripescare le parole inglesi rimaste incastrate nella memoria. Passo veloce, bastone lungo e levigato, mi illustra con passione il memoriale, al quale sono state aggiunte le tombe dei primi cinque caduti armeni nella recente guerra del Karabagh. E' amico di Boghos Levon Zekiyan, di cui ho in tasca l'ultimo libro. Il pensiero, su questa collina, corre ad Auschwitz ma anche a Ellis Island: fenomeni di massa che però hanno trovato un punto per il quale si passava tutti e in cui si faceva la conta, così che potesse impressionare meglio. Il sole cala e si alza un vento freddo. Torno in centro e salgo, con l'ultima luce, sulla 'cascata'. Si chiama così ma non ha acqua: costruita nel 1970 per commentare il cinquantennio sovietico in Armenia, dal '97 è disperatamente abbandonata. Fiume di marmo bianco fossilizzato a due passi dall'Opera. Doner kebab a un chiosco e birra Kilikia, accompagnato dai fuochi d'artificio più miseri che abbia mai visto. Poi a casa noci e fichi sciroppati. Le noci le preparano quando ancora non hanno formato il guscio, sbucciano il mallo e le conservano sotto sciroppo. Ottime. domenica 15 ottobre erevan - valle del debet - erevan Ho appuntamento all'hotel Erebuni, dove alloggiano gli svizzeri, per aggregarmi a loro in un giro nel nord del paese. Alle 7.25 sono già sulla strada ad aspettare il minibus, la città ancora buia e addormentata. Il benzinaio apre il suo baracchino, ordina i bidoni e i suoi imbuti: 6000 dram per venti litri di super (24.000 lire), 5600 per la normale, che qui la fa da padrone. Alle 8.05 sono all'hotel ma gli svizzeri arriveranno alla spicciolata, accampando scuse diverse. Puntualità svizzera… L'Ararat a dominare la pianura, ma anche tre ciminiere della centrale nucleare armena, in funzione dal 1997 in seguito alla guerra con l'Azerbaigian e la conseguente crisi negli approvvigionamenti petroliferi. Le necessità energetiche della Repubblica Socialista Sovietica Armena erano infatti soddisfatte col petrolio azero, ma nel 1995 l'Azerbaigian ha chiuso i rubinetti lasciando l'Armenia a secco e al freddo: gli abitanti delle città, in particolare a Erevan, uscivano di casa a cercare legna da bruciare: tra le prime cose saccheggiate ci furono i sedili delle panchine, nei parchi. Ancora oggi si vedono spesso solo le gambe in cemento, monconi tristi e senza senso. (Come possa funzionare una centrale nucleare in un paese così disastrato rimane un mistero. Per evitare guai, appena partita sono arrivati russi e americani a offrire assistenza tecnica. La repubblica armena si è impegnata con la comunità internazionale a chiudere la centrale entro il 2004.) Campi abbandonati o maltenuti, pecore e di vitelli, terra sassosa, dura da lavorare. Impianti agricoli abbandonati, stessa dannata immagine che ovunque nel vecchio impero. Desolazione. Alcuni villaggi sono curdi. Li si riconosce dai cimiteri, che hanno tombe di famiglia alla turca e cioè dei casottini bassi e quadrati con la cupola tonda. Gli armeni si ostinano a chiamare Armenia Occidentale la Turchia orientale. E non si confondono mai. Nel 1988 Spitak fu epicentro di un violento terremoto. Le cifre sui morti variano da 25.000 a 100.000. Comunque sia andata, fu una terribile botta per l'economia della repubblica. Erevan dovette fronteggiare l'emergenza da sola, o comunque poco sostenuta da Mosca, già troppo preoccupata e distratta dai suoi problemi interni per poter aiutare il piccolo paese al di là del Caucaso. 1988, dicevamo. E da lì a due anni, il crollo dell'impero, dei suoi sogni e dell'economia, i disordini, il referendum per l'indipendenza e la costituzione della seconda repubblica armena indipendente della storia (la prima, proclamata nel 1918, venne poi annessa all'Unione Sovietica due anni dopo). Il primo villaggio di prefabbricati, belli e tuttora abitati, fu finanziato e costruito dagli italiani. Da allora si continua a ricostruire. Alcuni quartieri però sembrano già vecchi. L'unica costruzione che attira l'attenzione è una chiesa che riluce in cima a una collina: in metallo, tirata su in fretta dopo il terremoto, la forma tipica delle chiese armene. Dopo le pianure alte e desolate ai piedi dell'Aragac innevato, ci infiliamo nella gola del Debet lungo la quale 'corre' (si fa per dire) la ferrovia per Tbilisi; il paesaggio si fa boscoso. La valle era il cuore industriale del paese: miniere, chimica, tessile. I giacimenti di rame, il fiume, la ferrovia per la Georgia e la Russia l'avevano trasformata in un susseguirsi di imprese, concentrate soprattutto attorno alle città di Vanadzor e Alaverdi. Quando l'impero è saltato insieme al suo sistema centrale di prezzi e di distribuzione, qui è saltato tutto dalla sera alla mattina. Cimitero senza fine di ruggine e cemento. Impressionante. E gli operai si sono ritrovati senza padrone, lavoro, stipendi, futuro e senza tutti i servizi che l'appartenenza alle imprese comportava. Il nuovo Stato nascente, peraltro, non era in grado di offrire alcun ammortizzatore sociale. Povertà dura, ferma, da un giorno all'altro. Condomini che hanno 20/30 anni ma già fatiscenti, servizi pubblici difficilmente finanziabili, la gente si è inventata qualcosa: un orto nel giardino condominiale, l'emigrazione in America dove c'era un parente, oppure un grill lungo la strada nella speranza che oggi qualcuno si fermi e scelga proprio il mio barbecue -tra i cento tutti uguali che l'autista ha a disposizione- per ordinare un khoravaz. Ai tempi dell'impero il benessere non era poi così elevato: l'Armenia, uguale alla Calabria per migliaia di anni, aveva perso il treno della modernità già un secolo prima di Gorbaciov e del 1989. La Calabria invece in un modo o in altro a quel treno c'era restata agganciata. Al suo interno l'impero sovietico aveva garantito condizioni minime per tutti, aveva promosso alcuni servizi pubblici importanti -istruzione e sanità soprattutto- ma poi il suo prestigio, la sua forza percepita all'esterno, erano frutto delle sue dimensioni oggettive, di una coesione forzosa ma reale, dei confronti che si facevano rispetto alla situazione del 1917 e non invece rispetto a quanto nel frattempo erano cresciute le altre nazioni dell'occidente. Era frutto, infine, della sua politica imperiale: aree d'influenza, paesi coccolati, armamenti e aree di eccellenza nelle scienze esatte e nell'ingegneria. Insomma un sistema clamoroso, più bello fuori che dentro, ma che a suo modo ha funzionato per decenni. Il contraccolpo del crollo è stato terribile proprio perché si trattava di un sistema pianificato, cioè artificiale, e quindi incapace di camminare sulle proprie gambe nel momento in cui ne fosse venuto meno anche solo un pezzo. Nel 1995 il prodotto nazionale lordo annuo per abitante era di 730$ e il paese agonizzava al 103° posto per indice di sviluppo umano. Georgia e Azerbaigian erano al 105° e al 107°, rispettivamente. L'Italia al 5° e la Russia al 67°. I numeri fanno venire il magone; la realtà a volte meno. Accanto a me viaggia una signora svizzera-armena. Nata in Etiopia, trasferitasi da bambina al Cairo, poi per gli studi a Erevan, poi ancora a Parigi e infine a Losanna. Coi figli parla in armeno. Felice di essere nella terra del suo alfabeto e della sua musica, nonostante il 103° posto. L'alfabeto armeno fu creato nel 405 da Mashtots. Qualche anno dopo, sempre lo stesso frate creò quello georgiano. Perché, mi chiedo, due alfabeti creati dalla stessa persona? Mancano, nell'alfabeto armeno, dei fonemi della lingua georgiana? Aggiungili! Eppure no, ne fa un altro. Insomma i georgiani si svegliano, si accorgono di non avere un proprio alfabeto e -capricciosi- lo vogliono; sanno che vicino a loro abita un tipo che fa alfabeti e gliene commissionano uno. Alaverdi, ai piedi della miniera di rame, ha un vecchio ponte del XII secolo. Noi ci inerpichiamo verso Haghpat. Il monastero è bellissimo, nonostante il freddo e il cielo coperto. X-XIII secolo; dal 1996 unico sito armeno presente nella lista Unesco del Patrimonio dell'umanità. Due chiese, un'anticamera che faceva da ricovero e da sala capitolare, una biblioteca poi trasformata in cantina, un refettorio e un campanile aggiunto in seguito, seguendo la moda venuta da nord (prima i monasteri armeni avevano le campane accanto alla chiesa, fissate a una struttura di legno molto semplice). Mentre siamo impegnati nella visita, sei o sette persone dispongono le loro misere cose nel piazzale antistante, nella speranza di un nostro acquisto o, più semplicemente, di un nostro obolo. Andiamo via senza comprare nulla, sorridendo imbarazzati della nostra ricchezza. In una delle piazze principali di Alaverdi, accanto a una grande sala pubblica anni '60 in via di decomposizione, un maiale cerca qualcosa da mangiare. Chissà cosa avveniva in quella sala: riunioni di partito, del comitato operaio, manifestazioni del primo maggio o di solidarietà con i soldati cubani che avevano sventato il blitz americano alla Baia dei Porci. Operai che imparavano a prendere la parola e a utilizzare il microfono, pur con tutte le menzogne e la retorica del caso. Oggi i vetri sono rotti, i pannelli di marmo vengono giù, il maiale continua a testa bassa la sua incessante ricerca di cibo. Il monastero di Sanahin è nascosto tra le case misere di un villaggio. La struttura era più o meno comune per tutti i monasteri, e ora so a cosa servivano i diversi edifici e i diversi locali del X secolo. In visita anche una scolaresca: il maestro spiega con passione e il suo sorriso è ampio e sincero. Dedizione non ricambiata dai soldi (guadagnerà 30$ al mese) che mi scuote dal mio comodo, ingiustificato cinismo da economista occidentale, secondo il quale non è razionale aspettarsi impegno in assenza di un adeguato incentivo monetario. (Come se il prestigio locale e, soprattutto, la riconoscenza fossero acqua). Maiali che rovistano tra le tombe, e i bambini che tutti eccitati vanno ad ammazzare un serpente che sono riusciti a intrappolare in una cappella. Il terzo e ultimo monastero della giornata è Odzun. In piedi è rimasta la chiesa; tutto attorno croci e tombe, tra cui se ne nasconde una comunista (?!), con tanto di croce a cinque punte come rosone al centro del timpano e falce e martello in rilievo sui fianchi. Sulla via del ritorno, tra Alaverdi e Vanadzor, mi tocca: è il pranzo, rito centrale nella giornata dei gruppi organizzati. Ci fermiamo in un ristorante nel bosco, edificio poligonale immenso e nuovo, che tutto attorno alla grande sala da pranzo ha un moderno matroneo sul quale si dispongono piano elettronico, violino e voce. Mangiamo abbastanza bene, con un buon vino rosso locale. Appena sul minibus, sprofondiamo tutti nel sonno. Alle 20.30 siamo in città. Anna e famiglia mi portano al quartiere numero tre per il compleanno di un cugino. Compie 25 anni e ha appena cominciato il servizio di leva (tre anni obbligatori) come dentista. Tanta gente, tantissimo cibo e tantissimo alcol, musica armena moderna. Mangio, ballo e soprattutto bevo. La tradizione armena (ma anche georgiana) vuole che durante i banchetti ci sia un uomo che dirige i brindisi, il tamada: si beve soltanto se e quando si brinda, e chi vuole proporre un brindisi deve chiederlo al tamada. Stasera a coordinare non c'è nessuno, ma i brindisi sono comunque molto formali. Tanti riguardano me e l'onore che faccio, con la mia presenza, alla casa. Vino rosso, cognac e vodka. In soggiorno un pianoforte e tanti libri: nonostante abiti in un vecchio quartiere operaio, lo zio di Anna brinda in inglese e sempre con grande dignità. Professore di matematica, ha insegnato anche ad Addis Abeba (cooperazione sovietica alla vecchia alleata Etiopia?). (Gli armeni, la vodka e la morte) <<Due amici si ritrovano presso la tomba di un amico morto da poco. Uno dei due tira fuori di tasca una bottiglia di vodka e due bicchieri per brindare alla sua memoria. Il secondo, visti solo due bicchieri, esclama: "e niente per il nostro amico?", e l'altro: "ma se è morto!"; "beh -insiste il secondo- proprio così morto da non volere neanche un bicchiere di vodka?">> (Gli armeni, la vodka e il lavoro) <<Il padre rientra a casa indiavolato col figlio dopo esser stato a parlare coi suoi insegnanti. Lo chiama e gli dice: "figlio, ma tu al mattino la bevi la vodka?", e quello: "sì papà"; il padre: "e a pranzo la bevi la vodka?", "sì papà", "e a cena la bevi la vodka?", "sì". "Ma allora cosa posso fare ancora perché tu vada bene a scuola?">> (Il terzo quartiere, abitato da ex operai, è preso in giro dagli altri abitanti di Erevan: le persone provano sempre un irresistibile piacere nel poter criticare qualcuno che sta peggio di loro. Quanta energia sprecata, in queste critiche vigliacche.) lunedì 16 ottobre erevan - kapan Mattina frizzante, l'Ararat rosa pallido. Anna e i genitori mi accompagnano fino alla porta di casa buttandomi dietro le spalle un po' d'acqua: dicono porti bene ed è per augurarmi buon viaggio. Biglietto in russo; autobus per Kapan. Viaggio lungo (otto ore per trecento chilometri) ma bello: serena la giornata, vario il paesaggio, la base economica del sud del paese è agropastorale e per questo meno evidente la povertà. Uscendo da Erevan costeggiamo l'Ararat, col monastero di Khor Virap che si chiama le foto. Chissà: forse riuscirò a fermare al ritorno. Brusca deviazione a sinistra: tirando dritto si entra nella regione autonomia del Naxcivan, territorio azero. Lasciamo l'ampia vallata dell'Ararat per risalire lungo il fiume Arpa: vigne e mandorle accanto all'acqua. A Vayk sosta (l'unica del viaggio) presso un parcheggio accessoriato di ristorantino-mensa, venditori, grill. La giornata è splendida ma siamo in alto e l'aria è frizzante. La strada sale e al passo perdiamo di vista l'Ararat. Qualche militare e ampie distese deserte. Scendiamo lungo la valle del Vorotan. A Goris lasciamo la strada che continua per il corridoio di Lachin e quindi per il Nagorno Karabagh; noi invece puntiamo a sud, strada stretta e bella, in un bosco di quercioli e alberi già colorati d'autunno. Dopo Goris la valle del Bargusad è caratterizzata da pinnacoli sul genere di quelli più famosi della Cappadocia: un sasso ha fatto sì che la terra ad esso sottostante non si sfarinasse, e ha creato una sorta di colonna bombata. Passata Goris i due autisti vanno all'attacco: mi chiedono il biglietto e mi dicono che i 2000 dram che ho pagato valgono fino a Goris, e che per la strada che resta devo pagare ulteriori 2500 dram. Guardo il biglietto, russo e scarabocchi, potrebbe essere veramente fino a Goris: con la bigliettaia non c'eravamo capiti troppo bene. Certo però se ho pagato 2000 dram per 260 chilometri non posso pagarne 2500 per farne 70. Quindi gliene do 500 e lui mi dice che va bene così. Poi, faccia di bronzo, continuerà a far finta di niente lungo tutto il viaggio. Quello che mi è dispiaciuto è che nessuno dei miei vicini di viaggio mi abbia aiutato di fronte a quella richiesta. E' come se ci fosse un tacito patto secondo cui fregare un ricco straniero non è amorale. Kapan, 15.000 abitanti, è una città morta con la sua ferrovia: è infatti capolinea dei binari che arrivano da Erevan e da Baku, la capitale dell'Azerbaigian. Il problema è che però a pochissimi chilometri dalla stazione quei binari passano per l'Azerbaigian: con lo scoppio della guerra tra i due paesi i vagoni sono rimasti intrappolati in stazione, inutilizzabili. E morto quindi è anche l'albergo Lernagorz, edificio modernista di otto piani, con ascensori funzionanti e acqua calda in camera. 15$ la singola luxe. Le galline razzolano nei cortili di condomini anni '70, due asini brucano l'erba dei giardinetti lungo la strada principale della cittadina, accanto un monumento con aquila e croce circondato di fiori. Gli animali domestici hanno riconquistato il loro posto tra gli uomini, tra le case, come era in quei villaggi dai quali questi ex operai ed ex ferrovieri arrivarono per dar vita al sogno della città e dell'industria. La storia si è ripresa i suoi tempi. Messi alle strette da inverni a base di cavoli, gli uomini hanno ricreato le condizioni di partenza, con tanto di orti e pollai. Per cena ottimi dolcetti comprati lungo il corso. Domattina riparto per Erevan. Non sono certo il solo turista ad esser passato per Kapan, anzi. Però gli altri vanno in Iran o arrivano da lì. Io invece torno tout simplement indietro. L'autista che domani mi porterà in mashrutka fino al bivio per Noravank ha una figlia a Parigi: sposata con un armeno, sono cantanti lirici. A letto presto. Nella stanza ci sono anche TV e radio. Però fa molto freddo. martedì 17 ottobre kapan - erevan Alle 6.30 appuntamento con l'autista. Ci piazziamo di fronte la stazione dove aspetteremo un paio d'ore prima di partire. Ieri avevo provato a chiedere da dove saremmo partiti, ma non ci eravamo capiti troppo e così per non sbagliare ho preferito lasciare l'albergo insieme a lui, e dormire due ore di meno. Per rendere piacevole l'attesa il mio ospite mi lascia nel pulmino con aria calda e Julio Iglesias che canta in francese. Prodotto mondiale. Una signora anziana, silenziosa e con un timido sorriso, vende buste di plastica riciclate a chi sta per mettersi in viaggio. Oltre a noi, ci sono altri quattro pulmini (credo per lo più diretti a Megri, alla frontiera con l'Iran) e il bus che ieri mi ha portato qui. E' un Icarus, vecchio, di fabbricazione ungherese; i pneumatici invece sono ucraini. Stazione chiusa, tre asini in visita, un capannone che fu discoteca. Col crollo dell'impero le discoteche spuntarono come funghi in tutte le repubbliche, luogo emblematico della libertà per i giovani e del divertimento all'occidentale. Qui a Kapan ne ho viste tre, tutte ovviamente chiuse. Enclavés. Altro che Reggio Calabria. Chiusi da Azerbaigian, montagne e Iran. La città aveva un aeroporto: lungo la pista due elicotteri militari in via di disfacimento. Un tempo conoscevo questi paesi soltanto perché ci stavano le persone più longeve della terra: ogni tanto una troupe della RAI veniva ad intervistare un paio di ottuagenari chiedendogli cosa mangiavano: frutta, rispondevano; tanta frutta. E poi freddo e aria pulita; l'uomo è un animale adatto al freddo. Eppure a vederli ora, in mezzo a loro, non mi sembrano messi benissimo. E i numeri mi danno ragione: la speranza di vita alla nascita è di 68 anni per gli uomini e 75 per le donne; in Italia siamo a 75 e 81, rispettivamente (in Russia 58 e 72). Forza Armenia. Siamo appena partiti da Kapan, ma ci fermiamo: aspettiamo non so che in un villaggio in mezzo a un bosco, presso quello che era il vecchio spaccio sovietico. Dentro tanti prodotti, alcuni immobili da anni sugli scaffali. Tra le bottiglie, la carta dorata di uno spumante. Il minibus va veloce, l'autista è un bell'uomo con le rughe tristi. Gli uomini fumano molto, se hanno i soldi. Qui siamo ancora al primo passo: tra un po' sarà la volta dei ragazzi, poi delle ragazze. Anche per l'emancipazione le fasi sembrano essere sempre le stesse. Quando arriveranno a fumare le ragazze, gli uomini avranno già smesso. Oltre a Julio Iglesias l'autista ha una cassetta di George Michael, poi pop russo e pop armeno. Tutto molto melodico. E lui con la sua faccia triste. Kapan ha perso l'Azerbaigian ma ha guadagnato l'Iran. Lungo la strada incontriamo bus e camion iraniani. Un falco appollaiato su un colonnino lungo la strada. Sempre serio, lo sguardo dei rapaci. Gran parte degli edifici del paese, civili industriali o delle amministrazioni, hanno un'intelaiatura di cemento armato e poi blocchi di tufo rossastro, cavato alle pendici dell'Aragac. Scendo a Yeghenadzor, per andare a Noravank (nora = nuovo; vank = monastero). Mi dicono siano 30 km per tratta e quindi mi fermo, nella trattativa per un passaggio in Lada, a 4000 dram. Scoprirò poi che i chilometri sono 15 e di strada ottima. La visita però è bella: nonostante il restauro fatto dagli armeni canadesi sia pesante, la gola per raggiungere il monastero è bella e le due chiese del XIII-XIV secolo sono lì, solitarie, isolate sotto la falesia. Stamani oltre a me ci sono stati un minibus e poi una coppia, tutti armeni-americani. E' la prima volta che so di turisti oltre agli svizzeri. Pecore, vitelli, capre, cavalli, asini, maiali. Piccola agricoltura e piccolo allevamento. Carne, frutta e verdura sono ottime. In più questa è la regione del vino, assai comune e abbastanza buono. Mi fermo al bivio per Areni a mangiarmi un khoravaz, e cioè un immenso spiedino. Saporitissimo, ma me la fanno pagare cara: 1300 dram compresa la pagnotta, una cipolla e dell'erbetta. Però stamani non ho mangiato, non conosco il prezzo vero e, soprattutto, non ho alcuna voglia di mettermi a trattare. Il ristorante, una bettola piena di mosche, recita ???????? sull'esterno. Il mashrutka mi lascia al bivio per Khor Virap. Mi avvio a piedi, cinquanta minuti di cammino. Arrivato, le foto non si fanno: l'Ararat è coperto, c'è un po' di foschia e il sole è proprio sulla montagna. Non c'è neanche troppa pace: un Caterpillar sta spianando per creare dei giardini sopra il parcheggio. In più, ed è la prima volta durante il viaggio, alcuni bambini mi chiedono soldi, penne o altro. Siamo alle solite. Turisti generosi e miopi, portatori di sogni e dipendenza ovunque arrivino. L'interno del monastero però ripaga del cammino: il tempo qui va piano, la grande montagna è sopra di me (il confine con la Turchia passa a un chilometro dal monastero), non si sente neanche il rumore della ruspa. Scendo con una scala in ferro nel pozzo dove san Gregorio avrebbe vissuto dodici anni. Sul fondo, candele che tolgono il respiro e centinaia di fazzoletti annodati: ricordo e voto dei pellegrini. C'è un monaco che viene a salutarmi, e un ragazzo, profondamente frustrato in quanto io mi faccio i fatti miei, non conosco il russo e quindi è veramente dura tirarmi fuori qualche soldo. Vado via. Ai piedi del monastero, un cimitero: le tombe hanno un blocco di granito nero e lucido sul quale il defunto è ritratto con uno scalpello leggero. Ci sono anche diverse tombe di ragazzi morti nel Karabagh. Sono di nuovo sulla strada principale, qui superstrada a due corsie per senso di marcia. Poliziotti pocofacenti sull'altro lato della strada; un pastore guardingo fa attraversare il suo gregge. A darmi un passaggio è una famiglia che porta pomodori a Erevan. Genitori anziani e figlio quarantenne al volante, hanno un vecchio camioncino Lada che va al massimo a trenta allora e a ogni buca sembra doversi sfasciare. Ci diciamo qualcosa, non so in quale lingua, e così imparo come si dice pomodoro o uva, confrontiamo la forma delle melanzane armene con quelle italiane, commentiamo la città e l'Armenia, Khor Virap e l'Ararat. Certo non si fanno grandi discorsi, ma è facile farsi capire quando lo si vuole e quando non ci sono pericoli o interessi ambigui tra chi parla. Mi offrono pane basso, uva e formaggio. Il sole cala; io mi sento libero e felice. A riportarmi coi piedi per terra ci pensa la polizia stradale all'entrata della città: obolo di 500 dram, fisso. E tanto più sono contadini poveri, tanto più spesso pagheranno. Troppo veloci le BMW, e troppo potenti quelli che le guidano. Più facile prendersela con chi già non ha. Per arrivare a casa impiego una vita: mashrutka fino a una grande piazza assai vivace; metropolitana fino a piazza della repubblica; poi prendo il 62A invece che il 62 e mi perdo in periferia. La metropolitana è bella, pulita, ordinata, marmi alle pareti e bei lampadari al soffitto: gli armeni ne vanno orgogliosi. Un solo 'piccolo' problema: unica lingua per indicazioni e nomi delle stazioni è l'armeno. Corsa a 40 dram. Resto a chiacchierare con Nelly, la mamma di Anna, sgranocchiando abbondante frutta (le pesche sono enormi e saporitissime, i cachi sono solo della varietà dura). Mi parla degli anni, terribili, della guerra. 1992, 1993 e 1994. L'Armenia è in guerra contro l'Azerbaigian. Appuntamento rimandato da secoli, col disfacimento sovietico i nodi vengono al pettine. Le due cose, economicamente entrambe disastrose, si sommano lasciando il paese in ginocchio. A Erevan, da Anna, la corrente elettrica è disponibile solo per due ore al giorno. In quelle due ore la famiglia produce la sua sopravvivenza, poi aspetta per ventidue ore. Non c'è luce, l'acqua è rara, Nelly usa un'espressione che rende bene l'idea: mi dice che si mettevano tanti maglioni addosso, poi a braccia conserte e testa bassa, gli occhi chiusi, restavano a sedere. Non voglio ricordare quegli anni, dice. A volte per riscaldarsi si mettevano a camminare per casa dal freddo che faceva. Perché è successo, le chiedo, perché il sistema è caduto. Risponde amareggiata e rassegnata tirando in ballo gli Stati Uniti e Gorbaciov. Il richiamo agli USA mi sembra un sottoprodotto della propaganda anni '50 e '60, ma Gorbaciov invece c'entra. Probabilmente ha capito o semplicemente creduto che il sistema stesse per cedere e ha cercato di pilotare al meglio il passaggio al mercato. Ma non si devono confondere i due fattori fondamentali del crollo: l'equilibrio assai precario di un sistema economico inefficiente e la richiesta di libertà politica. Quest'ultima era vera ma limitata a una porzione limitata di cittadini. Quei pochi però, spesso intellettuali e dunque assai ascoltati, erano comunque coccolati dall'occidente. Poi c'erano i problemi economici, legati alla pianificazione di un impero sempre più sviluppato e quindi sempre più complesso, coi rischi connessi legati all'accentramento del potere e alla mancanza di legittimazione. E' vero che tanta teoria politica considera necessaria la relazione tra sistema democratico e sistema di mercato, ma tale rapporto non è certamente necessario (e anzi è stato messo in crisi da alcune esperienze asiatiche, prima tra tutte quella cinese e quella delle tigri del sud est). <<Un russo e uno statunitense si incontrano e cominciano a parlare di politica. L'americano sostiene che negli USA c'è libertà e in URSS no. Il russo ribatte chiedendogli un esempio. Lo statunitense allora dice "beh, per esempio io posso andare sotto la Casa Bianca e gridare che Reagan è uno stupido". Il russo risponde tranquillo: "ma anch'io posso andare sulla piazza Rossa e gridare che Reagan è uno stupido!">> Evviva la libertà (e cioè il nostro tipo di libertà). Ma il prezzo pagato in suo nome da queste parti è altissimo. La signora Nelly guadagna 30$ al mese, Anna 40 e il papà Edoardo 45. Che fanno 250.000 lire in totale. Cioè poco, nonostante la vita non sia cara. L'Armenia sovietica, dice Nelly, era gaia, si stava bene. Difficile ribatterle dicendole dei piedi di argilla del sistema economico, del non poter dire "Breznev è un asino". La figlia maggiore si è laureata in medicina con specializzazione in pediatria, spesso studiando alla luce di una candela. Laureata, non ha comunque lavoro. E allora, diligente, si è iscritta a un corso d'informatica che sta per completare. La pediatria rimarrà libri sugli scaffali della camera da letto. Alla sera, per confermarmi definitivamente nei miei dubbi, sfoglio un libro illustrato sovietico del 1982; si chiama "Armenia" e illustra i successi economici e sociali della repubblica. Piazza della Repubblica era ancora piazza Lenin e sotto la statua -ora sparita- del padre della patria sfilavano folle sorridenti in rosso e blu, i colori della bandiera della repubblica federata. Il suo simbolo raffigurava Ararat, falce e martello, stella rossa, uva e grano. Mi addormento che è l'una passata, con decine di domande nella testa. Non mi sembra, in una parola, che tutta l'efficienza nella produzione di beni e servizi raggiunta nei paesi a capitalismo maturo, e la ricchezza di possibilità e tempo che ne deriva, sia ben speso. Siamo sicuri che non si possa far meglio? Ripenso al nervosismo e all'aggressività che regna nelle nostre città, alla prepotenza impunita, alle sacche di povertà o più banalmente di mancanza di opportunità che sempre più riteniamo un sottoprodotto ineliminabile (strutturale, residuale, fisiologico, …) delle nostre scelte di fondo. mercoledì 18 ottobre erevan - sevan Il papà, che parla pochissimo inglese, è geloso del mio rapporto privilegiato con la mamma, che invece parla un ottimo francese. E quindi ci interrompe ogni qual volta iniziamo una frase, parlando a lei in armeno o a me in inglese. Essendo l'ultima mattina in famiglia, oltre alle usuali portate (caffè turco, pane e feta, affettati, frutta, miele, frutta sciroppata) mi tocca mangiare un'abbondante porzione di kyufta. Arrivo tardi all'hotel Erebuni e gli svizzeri, dopo avermi aspettato, sono già partiti. Avrei voluto fare questa seconda giornata insieme a loro: in programma c'erano i monasteri di Hagarzin e Gosavank, difficili da raggiungere coi mezzi pubblici. Vuol dire che mi limiterò a Sevan. Stamani lingua e alfabeto armeni mi prendono male e impiego due ore per arrivare alla stazione degli autobus sulla strada per Sevan. Sfrutto l'occasione per provare i tram, arrivare alla statua di Abovian in cima all'omonima strada, incazzarmi con un autista di minibus che vorrebbe farmi pagare 300 dram invece che 200. Un'agenzia di viaggi pubblicizza trasporti in autobus per Rostov, Volgograd, Samara, Ifa, Mosca e altre destinazioni dell'impero. Senza fine. Arrivato alla stazione, mi lascio rapire da un omone grosso, che fatica a respirare. Ha una Lada familiare e in auto c'è già una signora che aspetta. Sleale, mentre lui è a caccia di altri passeggeri, un autista suo concorrente mi dice che il mio è pazzo e incapace, invitandomi a cambiare auto. Partiamo. E cioè, raccolti i soldi l'autista si ferma al benzinaio all'uscita dal piazzale: come in Africa e come ovunque il denaro sia contato, prima i soldi e poi la benzina. A me di soldi ne chiede 1000, ma non avendo il resto di 5000 è ovvio che finirò per pagarne 1500, nonostante lui mi rassicuri dicendomi che si tratta solo di un prestito. Siamo in cinque, l'autista si rivela capace, e mi ricorda papà e la sua 128 Fiat, quando spengeva il motore nelle discese. Poi da noi si è passati al mettere a folle, e oramai invece neanche più quello. Il lago è alto ed esteso: 1900 metri di altitudine per 1000 kmq. Le rive spoglie e tutt'intorno cime innevate. La città che prende il nome dal lago è brutta e distante dalle rive. La penisola che c'è appena fuori la città è invece bella e assai tranquilla. Isola fino ai primi anni '50, è diventata penisola quando lo sfruttamento dell'emissario (l'Hrazdan) per l'irrigazione e la produzione di energia idroelettrica ha fatto abbassare il livello dell'acqua riducendo la superficie del lago dai 1360 kmq originari. La penisola è dominata dalle due chiese del monastero di Sevanavank, IX secolo. Il posto è frequentato, e allora ecco una mendicante, un pittore che vende paesaggi col monastero, un fotografo pronto a immortalare la visita, un vecchietto che suona un flauto da pastori. Sulla collina, ancora, la residenza d'estate del presidente della repubblica e una casa dell'Unione degli Scrittori, eredità del periodo comunista. E' proprio in quest'ultima che Osip Mandel'stam trascorse un mese durante l'estate del 1931 e scrisse il suo "Viaggio in Armenia". Sevan è il mare degli armeni e d'estate ci viene molta gente. Ora bungalow chiusi, qualche ristorante aperto ma vuoto, vacche in abbondanza. La stagione è finita; si vive di poco. Provo a capire dove dormire stasera ma, salvo il motel lontano e super caro sulla strada per Dilizan, sembra non ci sia nulla di aperto. Sevan, che stavolta non è né il lago né la città ma il proprietario di un ristorante all'imbocco della penisola, mi offre uno dei bungalow che affitta d'estate. Ce ne sono quattro, in uno abita Karen, ragazzo guardiano. L'acqua è lì nei pressi (un tubo di gomma attaccato a una tubatura dell'acquedotto) e il bagno è un capanno di latta poco lontano. Nel bungalow c'è persino la luce! Problema: il freddo e il vento. Vuol dire che mi metterò addosso tutto ciò che ho nello zaino, compresi i mutandoni lunghi di lana che vi ho infilato per ultimi, in un impeto di profetica prudenza. Trovato un tetto per la notte (sempre che non voli via, col vento che c'è…), entro in un ristorante per mangiare e ripararmi dal vento: provo a chiedere dei dolma (simili ai dolmades greci) ma non ci sono. Le signore del ristorante sono armene di Baku, venute via con la fine dell'URSS e l'inizio delle rappresaglie degli azeri contro la comunità armena. A Baku gli armeni erano molti e abitavano lì da generazioni: le signore del ristorante, per esempio, parlano meglio il russo che l'armeno. Stanno mangiando e mi fanno vedere un pentolone di zuppa avanzata dal loro pasto che ha tutta l'aria di essere molto buona: patate, peperoni, uova strapazzate, prezzemolo e un po' di riso. Ottima. Il lago di fronte, il cielo sereno. Di nuovo felice, come sul camion dei pomodori, col sole che calava e io mangiavo pane e uva e formaggio. Provo a scrivere qualcosa quando ecco entrare les suisses! Pranzano qui e gli faccio compagnia, ricavandone un ottimo dolce di pasta sfoglia, noci e miele. Dopo pranzo vado via con loro, lungo il lago, a sud. Lungo la riva immensi tubi di un acquedotto mai completato. La terra sassosa, spoglia, va bene soltanto per la pastorizia. Ci fermiamo al monastero di Airavank, isolato sul lago. Tutto ciò che rimane sono una chiesa e alcuni khatchkhar. Le chiese generalmente sono rimaste integre anche se molto antiche: forse grazie alla struttura stessa, compatta e solida attorno alla sua pianta a croce greca. I khatchkhar sono grossi blocchi di tufo, rettangolari, sui quali venivano scolpite delle croci riccamente decorate (khatch = croce; khar = pietra). Le loro funzioni sono state diverse durante i secoli: in origine tabernacoli o punti di orientamento lungo i sentieri battuti da viandanti e carovane, sono poi stati utilizzati quali steli funerarie o come blocchi per pavimentare le chiese e gli altri edifici dei monasteri. Poi è la volta di Noraduz. Il villaggio fu abbandonato tra il cinque e il seicento in quanto la regione era oggetto di contese e guerre continue tra turchi e persiani. Gli armeni tornarono a insediarsi qui il secolo scorso, ribattezzando il villaggio Noraduz, cioè nuovo villaggio. Per nulla interessante, se non fosse per il cimitero, che è il maggior giacimento di khatchkhar del paese. Bello, e bello anche il fatto che il villaggio continui ad alimentarlo di nuove tombe, via via aggiunte verso il lago. Gli svizzeri tornano a Erevan, io scendo al bivio e chiedo un passaggio fino a Sevan. Per cena nel ristorante di Sevan, il proprietario dei bungalow. Antipasti: feta e pomodoro in un piatto; pomodori freschi e zucchine marinate il tutto ricoperto di peperoni e una strana erbetta in un altro. Poi trota alla brace con prezzemolo e cipolla. Birra Abovian, caffè turco. Tutto ottimo, a lire 6000. Oggi gli svizzeri per un pasto simile più dolcetto e cocomero hanno pagato 12000 (effetto guida che ha fatto da intermediario o semplice intraprendenza delle signore di Baku?). Mi metto a chiacchierare (cioè a gesticolare) col padrone e i camerieri e finisce che dalla cucina sbuca un bicchiere di vodka armena servita accanto a un cetriolino in salamoia. Finito il bicchiere, eccone sbucarne un altro. E io a bere. E loro a ridere. Con la seconda, oltre al cetriolo, mi portano anche del pesce affumicato e burro: viene da Vladivostok, periferia all'altro estremo dell'impero. Avrei continuato volentieri, ma non vorrei dover andare in bagno proprio stanotte, con un freddo boia, un vento che porta via, il bagno che è un capanno di latta senza luce. Torno nel bungalow, mi vesto stile omino Michelin, entro nella cuccia e spengo la luce. Speriamo bene. giovedì 19 ottobre sevan - erevan - malpensa Troppo bene non è andata: prima un tarlo nel telaio della finestra sopra la mia testa, poi passi -ma troppo leggeri per essere umani- accanto al bungalow, poi il freddo duro del mattino, senza pietà nonostante la vodka. Il tempo però è bello, il vento è finito, e vado a sedermi sulla spiaggia. Accanto a me una piccola nave, saranno venti metri di lunghezza. Sta qui tutto il giorno, tre uomini a bordo sempre inspiegabilmente indaffarati, poi verso le due del pomeriggio salpa, per ripresentarsi qui la mattina presto. Chissà, forse è quel che resta della flotta del lago Sevan, assurda marina militare armena della quale mi piacerebbe sapere qualcosa di più. La giornata si è fatta calda e tranquilla, e io me ne torno verso Erevan. La strada qui ha quattro corsie, i due sensi di marcia separati da una siepe secca e spelacchiata. Quest'anno c'è stata siccità, e i raccolti sono andati in buona parte perduti. Un paio di ragazzi mi danno un passaggio fino alla stazione ferroviaria di Sevan, dove un vecchio autobus dovrebbe -forse- partire per Erevan. Anche qui la stazione è senza treni: i binari arrivano da Erevan per proseguire lungo la riva orientale del lago, ma ora è tutto fermo. Il bus parte alle due, scassatissimo e poco affollato. Due donne salgono con alcune casse di trote che portano in città. Cinquanta chilometri per 1600 lire. Col motore spento se in discesa. Ultima giornata di Armenia. Paese troppo piccolo arido, montuoso e isolato per riuscire con facilità: milleottocento metri di altitudine media, una porzione minima di territorio al di sotto dei 1000 metri, senza sbocco sul mare. Un parziale controesempio c'è: Israele, piccolo, arido e mezzo a 'nemici'. Là il miracolo è avvenuto grazie a una forte fede religiosa, a numerosi borghesi e intellettuali lì trasferitisi, a una mescolanza riuscita di culture diverse (e ai porti di Haifa e Jaffa), a una diaspora che sostiene gli sforzi del piccolo Stato. Anche gli armeni hanno una diaspora importante, ma forse gli 'mancano' alcuni elementi fondamentali di quella ebraica: il ritenersi il popolo eletto dal signore; l'aver subìto persecuzioni e segregazioni continue e addirittura più gravi di quelle subite dagli armeni. Ho un sacco di soldi e poche idee su come spenderli. Inizio dalle cartoline: 1200 lire l'una più 700 di francobollo. Salvo scoprire poi che le cartoline vendute negli uffici postali, brutte e sovietiche, costano 10 dram invece che 300. Capito cosa siamo capaci di fare, noi ricchi, nei paesi poveri? Altro che gli emiri di Fellini al Grand'Hotel di Rimini. Ulteriori acquisti: due bottiglie di cognac e polvere per il caffè alla turca. Peccato l'assenza di qualsiasi artigianato: sparito col periodo sovietico, esso potrebbe rappresentare una voce economica importante per un paese che ogni mattina si sveglia senza aver nulla da fare: l'artigianato è infatti intensivo in lavoro e può dare buoni guadagni. <<In pieno fervore comunista, una coppia di russi e una di armeni sono in vacanza insieme. Nel dichiararsi amore reciproco e solidarietà, il russo dice a un certo punto all'armeno: "e considera mia moglie come fosse tua moglie". E l'armeno: "e tu considera mia moglie come fosse tua sorella".>> La morale dominante è ancora quella tradizionale. Le donne si fanno belle per gli uomini non ancora emigrati all'estero, ma i costumi rimangono rigidi. Settant'anni di comunismo non sono stati sufficienti a instaurare la morale laica dell''uomo nuovo', e questa rimane una forza del paese, soprattutto in questi anni di dura transizione: costumi tradizionali, una forte identità e un controllo sociale stringente hanno messo al riparo il paese dagli eccessi liberisti e amorali di altre repubbliche ex federate: qui i nuovi ricchi sono meno inquietanti che a Mosca o a Kiev e le prostitute se ci sono non si vedono. Più forte mi sembra sia stato l'effetto che il comunismo ha avuto sulla fede, rispettata e molto sentita come elemento di identità nazionale ma pochissimo praticata. La sera vado a prendere una birra in un bar dove suonano della musica jazz. Sono con Anna e una sua amica che è stata a Perugia a imparare l'italiano: è in gamba e lo parla bene. Il bar è ricco e per ricchi. I suonatori molto bravi. Ultima chiacchierata su questo piccolo paese (grande quanto il Piemonte e la Valle d'Aosta messi insieme, ma con gli abitanti della provincia di Milano) e sul suo futuro. Mi chiedono cosa mi rimarrà del viaggio. Rispondo con due argomenti: il primo è l'interesse che provo per le repubbliche dell'ex Unione Sovietica e per questo doloroso periodo di transizione; il secondo è la forza dell'identità armena, forza viva, coltivata e colta. L''armenità' è presente fin dal V secolo. L'Italia ha in mezzo tante cose: Dante era fiorentino prima d'essere italiano, Simone Martini senese, Marco Polo veneziano. E gli armeni erano invece tutti, e da secoli, solo armeni. Nel V secolo Mosè di Corene, lo storico dell'antichità armena, scrive: "sebbene siamo una piccola aiuola, assai limitati in numero e deboli di forze e sovente assoggettati al regno altrui, nondimeno si trovano compiute anche nel nostro paese molte opere di valore e degne di essere nominate per iscritto". Da allora alfabeto, letteratura, musica, religione e poi anche genocidio, hanno dato vita a un senso di appartenenza nazionale che ha dell'incredibile: potrebbe essere la stessa cosa per i curdi o per altri popoli in cerca di riconoscimento e unità politica, ma non è così: lì la cultura è meno forte e l'identità spesso si basa sull'opposizione al potere esterno e dominante, sul mancato riconoscimento politico (nel caso dei curdi poi la loro identità è strumentalmente rafforzata proprio dalle rivalità tra i governi di Ankara, Baghdad e Damasco). Sul futuro del paese qualche dubbio c'è. Punti di forza sono una coscienza nazionale forte, un livello culturale abbastanza alto, una diaspora che fa da rete di salvataggio e che potenzialmente può garantire investimenti e capitale umano. Punti deboli sono la base economica e produttiva attualmente a terra, la lontananza dai confini (e dagli interessi) dell'Unione Europea e degli Stati Uniti, l'isolamento geografico e politico: a tale riguardo, condizione necessaria per lo sviluppo è ricreare le condizioni per la distensione dei rapporti con Azerbaigian e Turchia. Non è infatti possibile agganciarsi all'economia internazionale attraverso una strada a una carreggiata, tra i monti, che porta in Iran o passando per la Georgia, la cui situazione politica ed economica interna è forse ancor più debole di quella armena. E' l'ultima sera e quindi tento un po' di più, forzando su argomenti che ho sempre percepito sensibili: vietato scherzare sulle cose di religione, anche quando l'interlocutore non è praticante, e vietato parlare del Karabagh in termini problematici, commentando per esempio i costi immensi di tenere le truppe armene a occupare quella piccola regione di montagna. La chiacchierata di stasera non fa eccezione: quando si parla di identità e nazione gli armeni s'irrigidiscono. << Un armeno sovietico un giorno si alza e dice: "basta, non mi va più di essere un cittadino di seconda classe, voglio diventare russo" e chiede quindi di cambiare nazionalità. Quando, contento per esserci riuscito, torna a casa, la trova in estremo disordine, i bambini sporchi, i piatti nel lavandino. L'uomo chiede allora ai bambini dov'è la mamma: "è scappata con un armeno", rispondono quelli.>> Saluto Anna e saluto la sua amica. Loro tornano a casa, io invece continuo a passeggiare, zaino in spalla, per questa capitale tranquilla. Dopo due bar e due birre, chiedo a un taxi di portarmi in aeroporto: è una vecchia Volga, l'auto di lusso del periodo sovietico. Tassa aeroportuale di espatrio a 20$ (!!!), aereo, decollo. Nello zaino porto via un suffisso per il mio nome: per una settimana sono stato Carlo-gian.
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