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ultimo aggiornamento: 06/11/05
il riferimento di chi ama Cosenza e dei Cosentini in giro per il mondo
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I reportage dei csiw in giro per il mondo

Da questa pagina apriamo una finestra sulla nazione, sulla città, sul paese in cui viviamo. Raccontiamo la vita di questi posti, cosa ci piace, cosa non ci piace, cosa vorremmo cambiare, con gli occhi speciali dei CSIW. Scrivici e pubblicheremo i tuoi reportage. Ma non solo, da qui è possibile vedere la bacheca dei cosentini in the world doc ossia di coloro che sono iscritti al forum. Entra anche tu nel club, iscrivendoti e mandando la tua foto!

Irene e Ferrara -  Vai NEW!!
In barca a Capraia - 
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Un'allegra famigliola a Parigi
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 Un breve viaggetto a Instabul -  Vai  
Di ritorno da Milano, con molta molta nostalgia -
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L'Irlanda vista dai Cosentini, ovvero sono piu' Cosentini loro!
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Paolo e la "sua" Sicilia - Vai
Nunzio all'Havana -
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L'incontro tra due csiw a Londra - Vai...
Fumo di Londra
(1) - Vai..
Fumo di Londra
(2) - Vai..
L'incontro tra due csiw a Washington - Vai...
Montagne di Alfabeti - Armenia 2000
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Road trip in US - la seconda parte
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Road trip in US - la prima parte - Vai...
Parigi, mon amour - Vai...  
In marcia sulle strade della Virginia (USA) - Vai...
Cartolina da Dublino - Vai...
I reportage dall'Argentina - 1
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Irene e Ferrara- di Piero Riccardi

Dopo un po’ ci arrivo: probabilmente è il mio sguardo troppo cosentino, che m’impedisce di capire il silenzio con il quale Ferrara mi ha accolto. Un silenzio ovattato, di grasso, di catene e di carter che mi colpisce appena fuori dalla stazione. Lo senti subito che c’è qualcosa di rigoroso in quel silenzio. Tanto è vero, che dopo qualche centinaio di metri inizia la zona a traffico limitato. Probabilmente un cosentino sarebbe portato a chiedersi: e fino ad ora cos’era? Ma se avessi continuato a guardare con gli occhi da cosentino, non avrei capito.

Da noi le cose si organizzano da sole, o meglio, guardando Ferrara, direi che sono costrette ad organizzarsi da sole, perché un modus vivendi comunque si trova. Alla fine, però, tutto ci viene un po’ così, arrangiato alla meglio, solo perché bisogna andare avanti. (Mentre sto scrivendo, un tale deve aver ingolfato la macchina sulla salita di casa mia e si profonde in veementi colpi di acceleratore. La macchina sferraglia, ruggisce e dopo un po’ si spegne. La comitiva, che si è formata dietro, strombazza vivacemente. Lui però non demorde, lo prende come un incoraggiamento e continua a dare colpi sull’acceleratore, muovendosi solo di pochi centimetri, quel tanto che basterebbe ad accostare e far passare gli altri. Non si sposta, però, e non si sposterà fino a quando non giudicherà a posto la sua macchina, tanto per gli altri non c’è fretta, impegnati come sono a strombazzare).

Non così a Ferrara. E te ne accorgi all’improvviso, quando d’un tratto, prendendoti alle spalle, quel silenzio esplode. Senza far rumore, s’intende. E, quando il silenzio esplode, allora è bellezza e intimo godimento: la bellezza di una città, della sua architettura, del castello, della cattedrale, della piazza del municipio; l’intimo godimento della sua gente, che si ‘mbriaca quietamente - molti in costume d’epoca- nel giorno del santo patrono.

Gente fiera, i ferraresi, sobriamente gaudenti del loro silenzio, conquistato con sacrificio, sofferenza e lotta, come ricordano alcune lapidi anticlericali e alcune vie intitolate a brigate partigiane. Così come fiera è Irene, bionda e sorridente figlia di questa terra (per la verità, mi fa notare, è un’altra terra, l’Emilia, che io però non so distinguere. D’altra parte, imperdonabilmente, lei non attribuisce alcun significato nefasto alla parola “Catanzaro”).

Lei e Gaetano ci accompagnano in un giro della città e poi a cena. Per tutta la sera io osservo questa strana e bella coppia. Gaetano, immaginandolo fra una cinquantina d’anni, sarebbe perfetto come papa: sorridente, bonario e fascista. Irene esprime un comunismo duro e puro, ricco di passione civile, ma dolcissimo nell’interpretazione della vita, che caratterizza la sua gente. Noi cosentini le facciamo da contraltare, non capendo che sobrio e gaudente non sono l’antitesi ma la sintesi. Noi, che guardiamo le cose con più distacco. Un distacco antico, che talvolta sfocia nell’indolenza, tanto le cose ci paiono immutabili.

Provo a fare il saggio, facendole notare che spesso, per passione, si è portati a conformare la realtà ai desideri. Gaetano è d’accordo con me, ma anche lui è cosentino, per di più fascista. La nostra risulta essere solo una blanda difesa, al cospetto dell’energia dell’idealità di Irene. C’è poco da fare.

Così, parlando di lavoro, matrimonio, costruzione di casa, progetti, ambizioni e delusioni passa la nostra serata insieme con il fascistone buono e la dolce comunista. Alla fine, ho come la sensazione di essermi guardato in uno specchio e, per una volta, di essermi piaciuto. Grazie a Irene e Gaetano.

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In barca a Capraia - di Mirella Vilardi 

Capraia non delude. 
Mantiene quel che promettono le notizie sui vari siti e l'idea che ci si fa. E' un'isola. Lambita da un mare profondissimo e blu, piuttosto freddo, ironicamente quasi inaccessibile. Ha un cuore di pietra arsa dal vento e dal sole, disseminato di sentieri assolutamente non curati, animati da una varietà incredibile di uccelli, dai mufloni che, nelle ore del mattino presto e al tramonto, fanno la loro comparsa saltellando da uno sperone all'altro. Fiori: tanti. Spontanei, modesti, fiori della macchia mediterranea che, nei colori e nei profumi, rimandano alla Calabria della memoria. Quelle tenere bocche di leone che spuntano dalla pietra, profumatissime e mielose... 
A proposito di miele, ho conosciuto Rossana che, con coraggio, sta recuperando una costruzione abbandonata dell'ex colonia penale per farne un agriturismo. Intanto ha riadattato solo una piccola parte che è il laboratorio dove smiela e prepara le ottime marmellate, il finocchietto e il mirto. Aspetta il permesso burocratico per ristrutturare una seconda area dove poter allestire una sala degustazione coperta, al riparo dal vento spesso impietoso, e le tre casine antistanti il complesso, già pollai dei detenuti. Ognuna conteneva circa 400 polli. Se mai arriveranno i permessi. Essendo territorio molto protetto, le richieste vanno indirizzate anche all'Ente Parco e subiscono una serie interminabile di rimandi. Molto arrabbiato per questo è Stefano, il pioniere che ha deciso di ripristinare la viticoltura sull'isola. Mi ha mostrato una vecchia foto aerea scattata durante la guerra. Erano bene evidenti le zone vitate, ben più ampie di quella utilizzata da lui. D'altronde, sappiamo che, se c'era l'uomo, c'era anche la vite. Ha fatto un impianto di "Aleatico" tre anni fa e vendemmierà per la prima volta quest'anno. Non ha ottenuto, però, il permesso per installare le strutture necessarie alla vinificazione, quindi dovrà portare l'uva in provincia di Livorno e là trasformarla in vino, con un dispendio di energie e qualità immaginabili. Non avrà mai la DOP. Bene, viene da pensare di primo acchito. Bene che ci siano, in Italia, leggi così rigide e invalicabili. Confesso di averlo pensato. Se non fosse che, serpeggia tra la gente del posto, la notizia che si stia lavorando per trasformare Capraia in un villaggio turistico globale, con tanto di addetti in livrea che attenderebbero i turisti allo sbarco. Orrore. Capraia non sarebbe più la stessa e, giustamente sostengono gli abitanti, perderebbe ogni tipo di turismo. Gli amanti del villaggio turistico non andrebbero a Capraia perché non ha un centimetro di spiaggia con sabbia, non ha le caratteristiche che, sempre a prezzi più competitivi, offrono la Sardegna, la Corsica, o Sharm El Sheik. Di conseguenza, il turista di oggi, un tipo un po' particolare, che ama la natura, le passeggiate, certi silenzi profondi e località amene, il turista che ama l'idea di isola come concetto dell'anima e della mente, non tornerebbe più. Direte a questo punto: ma che vacanze ha fatto Mirella se ha avuto il tempo di sondare così l'anima del luogo? Si è poi riposata? Ebbene, sì. Sono pure bella abbronzata che sembro una diva. Il sole a Capraia lo prendi mentre cammini e respiri, lo prendi sugli scogli che ti sei guadagnato a stento, dopo discese incredibili per sentieri a tratti scavati nella roccia. Il sole lo prendi mentre i gabbiani ti girano tra i piedi e un cormorano ti guarda incuriosito. Lo prendi sulle barche che ti portano a scoprire gli anfratti e le grotte più splendide, abitate da ombra, pesci, e mare da vertigine. Abbiamo fatto la circumnavigazione dell'isola più di una volta (13 euro a persona per un giro di almeno tre ore!), i ragazzi per tuffarsi, io e Adriana per godere del paesaggio e prendere il sole in barca... Poi, con 5 euro, potevi prendere il taxi. Un gommone che, quando tu volevi, ti accompagnava alla cala che tu avevi scelto, naturalmente inaccessibile da terra, e veniva a riprenderti all'ora da te stabilita. Ore e ore di solitudine e pace... Solitudine e pace è ciò che cercano anche i tre frati, arrivati due anni fa sull'isola, staccatasi dall'ordine dei Cistercensi di Casamari perché, appunto, dicono che là sta diventando un convento troppo "turistico". Siamo stati ospiti da loro un pomeriggio intero e un giorno a pranzo, dopo che io e Adriana avevamo cucinato nella loro cucina pesce e verdure grigliate per tutti. Oltre all'entusiasmo di scoprire che ben due su tre erano di Voghera, mi ha spinto verso di loro l'ancestrale curiosità nei confronti di chi fa una simile scelta. Il diavoletto che è in me è propenso a pensare che sia una scelta di comodo, un eludere tutte le responsabilità che una famiglia e la vita "normale" in società comportano. Ma non ne sono del tutto convinta. Forse c'è altro che i profani come me non riescono a capire. Né è servito parlare a lungo con Marco, Nino e Francesco. Alla fine sono rimasta con tutti i miei dubbi e le mie domande ma ho trovato divertente osservare quella fanciullezza non destinata a finire. Mi sembravano i fratini dipinti da Norberto. Belli, giocosi, sereni. Secondo me, un valore aggiunto all'isola. Sono, comunque, una figura romantica. E poi, i monaci a Capraia ci sono sempre stati, come le viti... Abbiamo macinato chilometri tutti i giorni, senza rendercene conto. Almeno tre volte al giorno si scendeva al porto perché lì c'è l'unica gelateria e gli unici televisori dove Michele e Lorenzo potessero vedere le partite dell'Europeo. I giornali a Capraia arrivano alle 4,30 del pomeriggio e la carne, nell'unico, piccolo, supermercato, solo al mercoledì. Un cartello affisso sulla porta d'ingresso recita: "La carne arriva al mercoledì con la nave". Lo leggi e già ti riprende quell'idea di isola che ti eri fatta. Il pane, invece, lo sfornano tutti i giorni su al paese. Il monolocale (pianterreno di una vecchia, tipica, casa torre) nel quale abbiamo vissuto io, Michele, e un gatto che già il primo giorno si è premurato di adottare, era nella via dietro il forno e ci capitava di essere svegliati proprio dal profumo del pane caldo... Il pesce lo compri direttamente dai pescatori che arrivano al porto. Il nostro preferito era "Barbanera" che, se ci fossimo svegliati alle 4, una mattina ci avrebbe portato sul peschereccio a pescare. Promessa che ci facevamo ogni sera per il domani... Io ho comprato poco pesce perché non ero a dieta come Adriana e non avevo voglia di trafficare (eccole le vacanze!!!), però l'ho mangiato spesso al ristorante. Ce ne sono almeno tre dove lo cucinano benissimo ma il posto preferito (visitato più volte) è "La Lampara". Gestito solo da ragazzi giovani che sono sub e vanno a pescare con il fucile. Non hanno menù scritto perché ogni volta ti cucinano quello che hanno pescato. L'ultima sera ci hanno propinato un caciucco che avrebbe risuscitato i morti... Non mi dilungo oltre, se no vi annoio troppo. Confermo però che è stata una vacanza super. Non solo non ha deluso le aspettative, ma le ha amplificate, donando, sotto il punto di vista paesaggistico, umano, di riposo e di bellezza, più di quanto si osi chiedere ad una vacanza.

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Un'allegra famigliola a Parigi - di Michele Passarelli 

Parigi è sempre Parigi...se Parigi avesse lu mere sarebbe una piccola Bere...Parigi val bene una messa...vabbù un po' di luoghi comuni per iniziare il reportaggio dei miei 6 giorni a Parigi. 
Giorno 1/6, festa dei lavoratori, è prevista la partenza dalla stazione di Pisa verso Firenze SMN, ove ci aspetta (eufemismo perchè abbiamo aspettato noi per due ore) il treno pePPariggi (rigorosamente con due G). Si perchè l'aereo da Pisa (e da Firenze) costava circa 1,200 EURI e, cuttuttuurispettu, iettà sordi umme mai piaciutu. Da Firenze parte un fantastico treno con cuccette e vagoni letto che in 12 ore (dalle otto di sera a quelle della mattina) ti porta dritto dritto a Parigi Bercy. Ovviamente, mia figlia a dormito alla grande, mia moglie pure, io circa 5 minuti...comunque. 
Giorno 2/6: arrivo a Parigi, prima litica con la consorte che, tirchia com'è, non voleva prendere il taxi ma farmi cambiare tre metrò, bagaglio in spalla. Grande vittoria, depositati i bagagli in albergo...via verso il centro. Prima tappa Notre Dame, dove mia figlia, è entrata gridando (giuro) "diritto d'asilo!!" perchè si era ricordata che era la stessa chiesa del cartone animato che vede più spesso fra le centinaia di cui dispone. Poi scarpinate varie fra chiese, chiesette, quartieri latini e non....una cosa, porca di quella vacca i "buttadentro dei ristoranti capivano subito che ero italiano....ecchidè. La serata si conclude con Giulia che dorme in metropolitana, distrutta e tutti a letto alle 21,30. 
Giorno 3/6: non contenti, mega scarpinata dall'arco di trionfo a Plaze Vandomme con immediata sbavata della consorte di fronte ai vari negozi di Cartier, Gucci e varie e iestime mie incluse nel prezzo. Pomeriggio dedicato alla Tour Eiffel, ai Campi di Marte e al quartire latino residuo dal giorno precedente.
Giorno 4/6: Euro Disney...e ho detto tutto. 40 Euro a cranio per gli adulti, 30 a cranietto per i picciriddri....sciuaddru!! Fra l'altro non c'era tanta gente e si facevano file di 40 minuti, vorrei vedere nei giorni di affluenza notevole. Comunque grande giornata a base di Re leone, Robin Hood, Biancaneve, C'e Nerentola (no non c'è), Peter Pan, pirati Cow Boys e chi più ne ha più ne metta....alla fine Giulia esaltatissima, io e mia moglie distrutti....a letto alle 21. 
Giorno 5/6: mattina dedicata a Mon Martre (si scrive così...boh?); tempo pessimo, friddu e bienti cumu ara Sila di viernu...unico aspetto positivo la crepe 6o7 mangiata nel ristorantino monmartrese nel quale mi sono espresso in una bellissima richiesta di "Eau de Buttigl" (e la cosa drammatica è che mi hanno capito e mi hanno portato l'acqua di rubinetto e non quella minerale che, come è risaputo, in Francia costa più dello Chanel n°5). Pomeriggio dedicato alla visita medica per Giulia, che poi era il motivo principale del viaggio. Senza scendere in dettagli, un medico, bastardo, ci aveva fatto una diagnosi folle...dopo un po' di giri e preoccupazioni siamo andati nel centro europeo specializzato dove hanno confermato che il bastardo, oltre ad essere tale, è anche un incapace....ovviamente meglio così. 
Giorno 6/6: Ultimo giorno...partenza con il conto dell'albergo e ulteriore liticata con la moglie che, tirchia quanto sopra, non era convinta dei calcoli che, ovviamente, tornavano perfettamente...e poi Louvre!!!! Giulia (5 Anni) ha apprezzato i dipinti di Guido Reni, LdV e compagnia cantante (anzi dipingente); talmente apprezzati che si stava addormentando sulle poltrone di fronte alla Gioconda...dopo di che, il papà (tristemente detto anche Babbo) ha avuto l'idea illuminante....ANTICHI EGIZI. A quel punto la piccola si è scatenata correndo da una sfinge a una mummia, passando per statuine e papiri, facendo da cicerone sia a noi che a chiunque si trovasse nei paraggi, con chiari ed espliciti riferimenti al "Principe d'Egitto"....la sua vita fa riferimento ininterrotto ai cartoni animati...vabbè. Alle 19,30 abbiamo preso il solito treno, e, com'è ovvio: Giulia ha dormito, Nicoletta ha dormito io ho vegliato...Chicca finale, arrivati a Firenze, maxi colazione al Bar aspettando il treno per Pisa e, sul treno, maxi palummo della figliola...così, per festeggiare.

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Un breve viaggetto a Instabul - di StefanieSchipani Serravalle

L'aereo ovviamente è partito con mezz'ora di ritardo, ma non fa niente :). Ho dormito durante tutto il viaggio, la voce dell'hostess mi sveglia, stiamo per atterrare ad Istanbul. Non riesco a figurarmi ciò che vedrò, né in termini di paesaggio né in termini di popolazione. Le letture precedenti il viaggio, i consigli e le impressioni di altri che hanno visitato la Turchia prima di me, non hanno fatto altro che rendere ancora più confusa l'idea che mi ero fatta. Un paese moderno o antico? Occidentalizzato o ancora legato alle sue tradizioni? Ospitale o chiuso nella sua mentalità? Ovviamento come al solito in aeroporto mi perdo. Provare a chiedere informazioni alla gente del posto si rivela un'impresa ancora più ardua dell'interpretare le cartine poste nei pressi delle fermate dell'autobus, che riportano liste di nomi impronunciabili. La disponibilità e la gentilezza delle persone purtroppo non sopperiscono alla difficoltà di comprendersi e così fra gesti, risate e parole pronunciate ognuno nella propria lingua, veniamo sbattuti su un taxi che per 10 euro mi porta in albergo. Il detto "fumare come turchi" trova il massimo riscontro nel paese, dove l'unico divieto di fumare incontrato finora era sull'aereo. Il mio albergo si trova in zona Lalali, è vicino al centro. La mia camera lascia un pò da desiderare ma l'albergo è carino. Si trova vicino alla via "Divan Yolu ovvero la "strada per il consiglio imperiale", la via principale della Istanbul vecchia, che cambia diversi nomi nei vari tratti, e che si rivela molto interessante come primo approccio della città. Crolo nel mio letto, domani mi attende un tour de force: riuscire a vedere quanto più possibile in poco tempo! Sveglia alle 6 al canto del muezin (con mia grande "gioia" un minareto si eleva proprio ad appena una decina di metri dalla mia stanza). La colazione turca è particolarmente ricca, è composta dal té, formaggio, olive, simit (ciambelle salate con semi di sesamo), miele. Esco dall'albergo e mi tuffo nelle strade di Istanbul. Cammino lungo la strada principale, dove corrono le rotaie di un moderno tram; i piccoli vasi di fiori, le balaustre in ferro battuto e il pavimento in mattonato le danno un aspetto elegante e ordinato, in netto contrasto con le facciate dei palazzi che vi si affacciano, ma tutto sommato con una certa armonia d'insieme. La strada risale addirittura ai primi anni di vita di Costantinopoli, quando i romani la progettarono per collegare la città con le grandi strade imperiali. Poco più avanti scorgiamo anche la grande pietra miliare in marmo da cui all'epoca bizantina venivano misurate tutte le distanze. Rimango affascinata dai minareti che spiccano fra i tetti, le cupole a base quadrata delle moschee, piccole o imponenti, vecchie o fatiscenti; cimiteri di antichi visir e sultani, vecchi palazzi, negozi, piccoli bazar, pasticcerie, rosticcerie, il tutto in un'atmosfera piuttosto animata, ma non caotica, un'atmosfera che è un misto di Oriente, souk marocchini e vicoli napoletani. Il primo impatto è decisamente positivo: la cordialità della gente, le invitanti vetrine delle pasticcerie, i profumi del kebap, quelli dolciastri dei narghilè, mi ammaliano subito. Ho deciso di fare una lunga passeggiata perché è difficile in un giorno ½ di vedere tutto. Persa, sono fermata da un ragazzo, che mi indica la strada da prendere per andare alla Moschea di Solimano il Magnifico. In un inglese schifoso (il mio, ma devo dire che me la cavo quando non ho altro modo di comunicare), cerco di farmi capire e di farLe capire che intendo di visitare da SOLA questa città. Visito per prima la Moschea di Solimano, che si trova all'interno di un bel cortile-giardino. Su un lato il cimitero fatto di lapidi strette ed alte, e tutt'intorno i vari edifici che di solito venivano costruiti con la moschea. La moschea è imponente e è situata in uno spazio arioso. Purtroppo i mausolei del sultano Solimano il Magnifico e di sua moglie sono chiusi, e quindi non posso ammirare le "superbe" decorazioni in ceramica all'interno. Dopo aver visitato l'interno della Moschea e il suo cortile, mi aggiro fra i giardini. Da un lato c'è una magnifica vista sul canale del Corno d'Oro, attraversato da traghetti e navi cargo. Svettano sul fondo blu del mare i pinnacoli delle moschee più in basso; ci troviamo infatti in una posizione rialzata rispetto alla città vecchia, su uno dei sette colli di Istanbul. Con l'intenzione di andare a visitare il Kapali Carsi, ovvero il Gran Bazar, riscendo dal colle imboccando una delle tante stradine tortuose e finisco per perdermi. Infatti, poco dopo aver attraversato vicoletti su cui si affacciano vecchie e fatiscenti abitazioni, alcune delle quali in legno. Il Gran Bazar... è pieno di gente, negozi, café, ristoranti, non sai dove guardare, è una simpatica confusione, si può trovare di tutto. L'unica cosa che non mi è piacciuto sono le persone fastidiosi che stanno sugli ingressi dei locali ad attirare la gente in modo instistente (io che ero da sola , la cosa era ancora piu difficile). Prendendo delle piccole strade mi lasco travolgere di nuovo dall'atmosfera del mercato e camminando fra un banchetto e l'altro, senza rendermene conto, arrivo fino al mercato egiziano, all'interno di una struttura chiusa. Un piacere per gli occhi e il naso: spezie, frutta e dolci si alternano a souvenir, vestiti ed oggetti per la casa; formaggi, piatti pronti, cereali, prodotti per l'igiene e di erboristeria, ma anche gioielli, capi in pelle e tappeti, frequentato solo dai turchi. Torno sui miei passi, ho deciso di pranzare nel vecchio quartiere che si trova vicino alla moschea di solimano, m'infilo in un localino a due piani; gli avventori, sono tutti uomini, che con la sigaretta in bocca e un boccale di birra assistono alla partita trasmessa in TV. Il locale è tappezzato di foto, oggetti di vario tipo e la cucina è buona ed economica, pranzo di verdure (la colazione era ricchissima J), di riso pilav (condito con uva passa e pinoli) accompagnata di sis kebap (spiedini di montone), un té e pronta a ripartire. Dalle piccole strade animate mi ritrovo sul porto di Eminonü, dove ha luogo un mercato all'aperto: banchetti di ogni genere, alimentare e non, in una calca e una confusione dalla quale è piacevole farsi travolgere. A bordo di alcune barche attraccate ai moli, degli uomini cuociono pesce alla griglia e lo vendono in panini ai passanti; altri carretti vendono spremute appena fatte di arance o melograni, un piatto di riso con pollo e ceci, semi da sgranocchiare di ogni genere; alcuni dei venditori ambulanti sono in costume. Attraverso il ponte di Galata, vorrei ammirare la città dalla Torre. Essa è deludente (a parte la bellissima vista), troppo turistica. Ripasso il ponte e lungo il Bosforo prendo la direzione di Topkapi. La fila all'ingresso è lunga, ci sono turisti ma sopratutto gli istanbulesi. Siccome la visita necessita almeno 4 ore per vedere tutto, decido di rimandare a domani o alla mia prossima visita. Mi dirigo alla Moschea di Santa Sofia. L'esterno è una vera delusione: tra gli effetti del tempo, dei terremoti e gli interventi dell'uomo per tentare di tenere in piedi l'edificio con contrafforti in cemento e ancoraggi di metallo, si intuisce appena che si tratta della tanto famosa Santa Sofia, la chiesa che per quasi mille anni è stata il più grande luogo di culto della cristianità, fino a quando la conquista di Costantinopoli (1453) non ha posto fine al suo splendore. Quando Giustiniano ne decise la costruzione, aveva in mente qualcosa di grande per restaurare lo splendore dell'Impero Romano. Be', diciamo che l'intento ora si può cogliere unicamente procedendo verso l'interno, dove solo la cupola basterebbe a dare un'idea della grandezza dell'edificio. Cupola che non ha i comuni punti di appoggio e che per questo è crollata appena 100 anni dopo essere stata eretta. Ricostruita poi, porta visibili i segni del tempo e dei vari sismi negli intonaci mancanti, nei mosaici frammentati e soprattutto nell'enorme e antiestetica impalcatura che la sorregge per metà. Figure della cristianità sono a fianco di elementi islamici, come gli enormi dischi in legno che riportano in arabo i nomi di Allah e Maometto. Prima di recarmi alla galleria superiore passando attraverso una rampa, non ci sottraiamo al rito turistico-scaramantico di infilare il dito nella fessura della colonna di marmo rivestita di ghisa, detta "colonna piangente". Secondo la tradizione, infilando il pollice e facendolo ruotare per un giro completo, si vede realizzato il proprio desiderio se si ritira il dito umido, cosa non rara dato il gran numero di turisti che eseguono il procedimento: una sorta di bocca della verità che invece di punire, premia. L'enorme spazio interno ospita anche una nicchia che indica ai fedeli la direzione della Mecca, detta mihrab, e la loggia del sultano, ovvero un chiosco rialzato circondato da una fitta grata molto lavorata, alla quale aveva accesso il sultano, che poteva quindi entrare nella moschea a pregare senza essere visto. Se non fosse per i bei mosaici e per l'effettivo senso di imponenza, ce ne usciremmo dalla chiesa-moschea un po' delusi. Santa Sofia e La moschea Blu sono separati dall'ippodromo o meglio di quello che è il luogo dove prima si trovava l'ippodromo. Ora si trovano spazio dei bei giardini. Nel frattempo le strade si sono animate: famiglie di istambulini camminano nei giardini dando da mangiare ai piccioni o scattando foto ricordo, coppiette (poche le ragazze con il velo) si tengono pudicamente per mano. E' strano trovarsi in un paese musulmano e allo stesso tempo non sentire costrizioni di nessun genere. Qui il chador, che lascia sempre scoperto il viso, sembra una scelta, e comunque di poche donne. Sono molte le ragazze che vestono alla moda, con jeans e pantaloni attillati. Raggiungo la Moschea Blu, che prende il nome dalle maioliche di colore blu, appunto, che ne caratterizzano le pareti interne. Al contrario di Santa Sofia è molto bella, sia esternamente che internamente. Entrando dalla porta esterna, si accede in un ampio cortile; guardando verso l'alto, attraverso la porta si vedono tante piccole cupole, una addossata all'altra. E' un bel colpo d'occhio ottenuto dall'architetto sormontando ciascuna porta con una cupola, e facendo altrettanto con l'entrata della moschea e il tetto della stessa. Una bella fontana per le abluzioni occupa il centro del cortile. Dopo esserci tolti le scarpe, e dato che sono una donna, aver coperto la testa con un foulard, entro. Nonostante i bei tappeti, morbidi e spessi, si avverte freddo ed umidità ai piedi. Rivolti verso la Mecca alcuni fedeli recitano le loro preghiere, inchinandosi e baciando il pavimento per tre volte consecutive. L'interno del resto, come quello di ogni moschea, è quasi vuoto: la religione musulmana proibisce di rappresentare figure di esseri viventi, quindi non ci sono statue né quadri. Al termine dell'ippodromo prendo una strada in discesa che è costeggiata dagli archi dello sfondone bizantino che sostenevano appunto l'ippodromo. Poco più avanti arriviamo fino alla "Piccola Sofia. Mentre sono ferma in mezzo alla strada nell'arduo tentativo di orientarmi, un anziano signore, con un corto grembiule in pelle, ci si avvicina per aiutarmi. A parte i giovani che quando vedono ragazze solo ci provano in tutti modi, è un vero piacere fermarsi e comunicare con la gente. Il vecchietto, un calzolaio, in turco mi invita ad entrare nella sua bottega e mi fa accomodare sui un basso sgabello, di fronte al suo tavolo di lavoro e mi fa cenno di aspettare. Poi sparisce e ritorna, portando un vassoio con due bicchierini di tè, gentilmente ordinati e offerti da lui. Poi comincia un dialogo fatto di gesti, di movimenti del capo e di una serie di parole turche che il calzolaio spara mentre mi mostra un mucchio di foto estratte da una scatola: molte rappresentano lui con bambini, amici e turisti. Mi indica come tornare indietro e raggiungere Yarebatan Sarai, ovvero la cisterna della basilica, l'opera la più grandiosa dell'epoca Giustiniana, riserva idrica della città di una capienza di 80.000 metri cubi, e di cui la volta è sostenuta da 336 colonne. Sono le 18.30, stanca, non reggo più e decido di tornare in albergo. Mi sveglio dopo una siesta di quasi due ore. Ho cenato di verdure, Gözleme patatescli (crêpe di patate) e tavus sis (kebap di pollo), ayran (bevanda allo yogurt) e per finire un dolce al cioccolato e yogurt. Sono quasi le 11 di sera, sono stanca ma voglio assultamente entrare in un hamam e così, timorosa e allo stesso tempo attirata dall'esperienza, entro nel Cemberlitas Hamam. I locali sono separati per uomini e per donne. Si paga 25 millioni di lira turca per la total (bagno e massaggio). Entro in quello che assomiglia allo spogliatoio di una palestra, dove mi spoglio e deposito i miei vestiti e lo zaino in un armadietto con chiave; poi avvolta con un asciugamano, ma con indosso ancora la biancheria intima, mi incammino di stanza in stanza non sapendo dove andare. Premetto che non ho mai fatto una sauna a Roma o in Francia, e quindi non ho la minima idea di quello che mi aspetta; in più ho letto da qualche parte che bisognava indossare un costume da bagno, ma non avendolo con me, ho deciso di lasciarmi indosso la biancheria intima. Tutto sbagliato. Guidata infatti dal calore, apro una porta in legno, dove vedo 4/5 ragazze magroline completamente nude sdraiate al centro della sala. Faccio quindi dietro front, mi tolgo tutto e sempre con il mio asciugamano che mi fa un po' da coperta di Linus, entro anch'io nella sala del bagno turco. Mi viene incontro una matrona con indosso solo un paio di mutandine nere e un foulard in testa, con un'enorme pancia e due seni altrettanto vistosi, che con fare deciso e brusco mi toglie di dosso l'asciugamano e mi trascina per il braccio al centro della sala indicandomi il posto dove devo mettermi. Come in castigo, me ne sto buona buona, imbarazzata non tanto dalla mia nudità quanto dal non sapere che devo fare. Due ragazze sono nelle mani di altrettante matrone ed altre due giacciono sdraiate sull'enorme piedistallo di marmo dove sono seduta io e che comincia a bruciare sotto il mio sedere. Mi alzo e indico alla matrona che voglio prendere l'asciugamano per sdraiarsi e lei, per mia fortuna, acconsente. Me ne sto sdraiata, guardando il soffitto a cupola con dei grossi buchi e qualche stalattite. La sala è circolare e lungo le pareti si aprono piccole nicchie dove si trovano rubinetti e piccole vasche; il rubinetto superiore, scoprirò dopo, è quello dell'acqua calda, quello inferiore della fredda e scorrono incessantemente. E' il mio turno; la matrona mi indica il punto dove sdraiarmi di fronte a lei; sono già un po' accaldata ma non molto sudata. Il tempo di sdraiarmi ed una secchiata d'acqua fredda mi raggiunge in pieno petto facendomi irrigidire. Poi, infilato un guanto di crine, la matrona me lo strofina su tutto il corpo, dicendomi quando devo girarmi. Poi mi versa dell'acqua calda e comincia il rito dell'insaponatura. Immerge una sorta di federa in un secchio di acqua calda, poi la tira fuori, ci soffia all'interno facendola gonfiare come un pallone e infine la striza. Come per magia, dal tessuto esce una gran quantità di morbida e vaporosa schiuma, con la quale la donna comincia a massaggiarmi. Un vero piacere al quale mi abbandono completamente. A pancia in giù, in su, seduta, vengo invitata a cambiare posizione più volte, poi vengo condotta per un braccio (che in questo caso serve più a sostenermi che a trascinarmi, dato che per il rilassamento faccio fatica a muovermi e il pavimento bagnato è scivoloso), vicino ad una vaschetta, fatta sedere su un gradino e sciacquata. Inizia poi l'operazione shampoo e quando apro gli occhi vedo spuntare fra la schiuma i due enormi seni della matrona che impudicamente mi si agitano davanti. Dopo avermi sciacquato ben bene, e avermi chiesto: "Good massage?", in un accento che è un misto di inglese, francese e tedesco, vengo ricondotta sulla piattaforma di marmo, a riprendermi, dove rimango a guardare il soffitto per un altro quarto d'ora, durante il quale si alternano altre turiste sotto le mani delle due matrone . Ho troppo caldo per resistere oltre e quindi, mi vesto di nuovo del mio asciugamano, torno agli spogliatoi. Stranamente non ho voglia di dormire, saranno i quattro tè che ho bevuto oggi. Sulla via del ritorno, entro incuriosita in un piccolo = giardino, in cui fra tappeti ed oggetti di artigianato, alcuni avventori sono placidamente seduti o semisdraiati su cuscini o basse poltrone, fumando narghilè, degustando tè alla mela o caffè turco. Sono finita in uno dei tanti luoghi di ritrovo locali, ma con un passato storico degno di nota. Si tratta dell'Erenler Nargile Salonu, il cortile della Carlulu Ali Pasa Medresesi, in cui i tavolini dei clienti sono sistemati fra le tombe dell'antico cimitero. L'atmosfera di questi locali è rilassante e invitante: istambulini e giovani turisti giacciono semisdraiati su panche coperte da cuscini, alle pareti, kilim, lampade, vestiti tradizionali e un'intera colonna coperta dal portafortuna nazionale: l'occhio di Allah, ovvero un pezzo di vetro o ceramica blu, con al centro una macchia bianca. Entro in una piccola bottega di tappeti accanto due giovani ragazzi (sono fratelli) toccano una specie di guitare. Compro qualche oggetti di vetro e il commerciante un giovane ragazzo di nome Adem (Adam) mi chiede di dove vengo, impaurita dall'esperienza di questa mattina, ho risposto freddamente, lui mi parla in Francese. Le chiedo perché accanto a queste tombe ci sono questi locali e Lui mi spiega che era una vecchia scuola coranica e le tombe sono quelle dei studenti e professori, la morte non essendo percepita como qualcosa di morboso, i morti sono morti e fanno parte di nostra vita. Con grande cordialità mi invita a prendere un tè, abbiamo chiacchierato di politica, delle miei prime impressione su quello che ho visto, fino alle tre di notte. Ritorno in albergo con in testa colori , profumi e immagine bellissime. Domani alle dieci sono invitata a prendere un tè.

Mi sveglio presto, ho solo due ore o poco più prima di prendere la metro per l'aeroporto. Esco presto e le strade sono ancora vuote, i negozi chiusi. Sembra una domenica mattina classica di città, quando tutti sono ancora a casa a dormire e negozi e locali hanno le saracinesche abbassate. Percoro la Divan Yolu, e decido di andare al mercato per fare i miei acquisti. Non ho il tempo di visitare Topkapi o il museo archeologico. Verso le 10, vado a prendere il tè nella bottega di Adem, c'è una coppia spagnola molto simpatica. E tempo per me di prendere il mio aereo. Tornerò sicuramente.

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Di ritorno da Milano, con molta molta nostalgia - di Sandra Nicastro

Il mio rapporto con Milano nasce nel 1999, esattamente il 1 Marzo del '99 ..........quanti ricordi , emozioni , sensazioni che sono ancora vive nella mia mente. Ogni volta tornare a Milano è per me un emozione immensa...................... Arrivo a linate giovedi' 27 Novembre intorno alle 14 .....l'aereo iniziava la sua discesa su Linate ed io stavo lì appiccicata al finestrino osservando il panorama che per 4 anni mi aveva accompagnato partendo e tornando a milano dopo i week end passati a casa .... Ero agitatissima , non riesco nemmeno a spiegare il mio stato d'animo , il cuore mi batteva a mille ...sentivo dentro un'emozione immensa...grande , indescrivibile !!!!! L'attesa del bagaglio è stata lunghissima , quei 15 minuti sembravano non passare mai ,ma poi finalmente sul rullo vedo la mia valigia ed in quel momento ho pensato :YAHOOOOOOOOOOOOOOOO fra un po' rivedrò tutti i miei amici "..ebbene sì ad aspettarmi fuori alcuni miei ex colleghi di Nokia ,non vedevo l'ora di riabbracciare tutti ...ho preso il mio bagaglio e subito fuori.. ...E' stato bellissimo, anzi di più ..erano sette mesi che non li vedevo poi di corsa in Nokia per salutare tutti gli altri : sono arrivata a Cassina dè Pecchi nel mitico Centro Direzionale Lombardo e lungo il tragitto in macchina ero attentissima ad osservare tutto ciò che c'era intorno per cercare di scorgere qualche cambiamento se ve ne fosse qualcuno,ma soprattutto cercavo di rivivere momenti passati :ogni angolo mi ricordava qualcosa ..passando per le stade di Vimodrone ho ricordato il giorno del mio primo colloquio a Milano, un giorno di pioggia allucinante ..poi Cernusco sul Naviglio , il Wanna's Pub dove andavo sempre a mangiare i buonissimi gnocchi al gorgonzola .... Arrivati in ufficio mai e poi mai avrei immaginato di trovare ciò che ho trovato : palloncini ,spumante, dolci .....erano tutti lì ad accogliermi , c'erano prboprio tutti : i ragazzi del magazzino, le persone dell'Acconting, del Finance, dell'Humane Resources, e soprattutto c'era la Logistica tutta intera , mi hanno fatto persino trovare quella che un tempo fu la mia scrivania sgombera delle cose della persona che adesso occupa il mio posto , son riusciti a ricostruire tutto come quando quella scrivania la occupavo io : quando ero andata via avevo lasciato ad ognuno i pupazzetti che tenevo lì .ed erano riusciti a sistemare tutto proprio come prima che io andassi via .erano persino riusciti a recuperare i miei tanto amati ed odiati inventari. Ho trascorso in Nokia tutto il pomeriggio e poi verso le 19 a casa dei genitori di una mia carissima amica di Milano che adesso vive in Sicilia , ho cenato da loro e poi subito a nanna con l'ansia che il giorno dopo mi attendeva una splendida giornata in giro per Milano . Venerdi' mattina sveglia prestissimo e poi di corsa in centro: il tempo sembrava passare così velocemente che in me cresceva la paura di non riuscire a fare e vedere tutto quello che volevo , mi restavano soltanto 3 giorni e credetemi avrei voluto fermare il tempo : ho camminato tanto ripercorrendo le strade che un tempo sentivo mie ....e con me il freddo e le lucine colorate a tenermi compagnia. Arrivata in Duomo , son stata per 5 minuti a guardare la piazza tutta intorno , la gente che freneticamente andava avanti ed indietro , la galleria., la madonnina ,mi sembrava tutto così naturale e soprattutto familiare .i profumi ,il grigiore del cielo mi facevano sentire a casa!! In serata dopo cena insieme ad alcuni amici al Capo Verde in via Leoncavallo e poi di nuovo nanna : un giorno era già passato e non non riuscivo a prendere sonno tanta era la mia agitazione , cercavo di non sprecare il mio tempo e di vivere ogni attimo di questa mia vacanza . Sabato mattina mi son svegliata con una bellissima ma fredda giornata di sole , colazione fuori con una mia amica e poi a pranzo a Bergamo con tutto il dipartimeno di Logistica ...c'eravamo veramente tutti anche le persone che come me hanno scelto di andare via da Nokia per avvicinarsi a casa , inseguendo un amore o la famiglia : da Cremona, da Padova , da Mestre , da Riccione ci siamo ritrovati tutti . Anche se ci vediamo poco è stato come se non li avessi mai lasciati , è rimasta tra noi la confidenza di sempre e per me questa è una grande fortuna .poter lasciare negli altri un bel ricordo di sé è una cosa bellissima !!!!! Siamo rimasti a Bergamo quasi tutto il pomeriggio e poi tutti via . A me invece restava ancora un sabato sera da vivere intensamente ed una domenica intera . Sabato sera pizza insieme ad altri amici a Cernusco sul Naviglio ...e poi l'incontro con Stefano Ricci un fantastico CSIW :))))))...nei miei giorni a Milano ci siamo messaggiati e sentiti per telefono , mi ha raggiunta a Cernusco ed abbiamo trascorso insieme 2 ore molto piacevoli...la cosa strana è che pur non conoscendolo se non tramite forum, mi è sembrato di conoscerlo da tempo : abbiamo parlato un po' di me,del mio attaccamento a Milano,del mio lavoro . in quel momento mi pervase una forte sensazione di benessere, è come se stessi discorrendo con l'amico di sempre!!!! Avrei tanto voluto trascorrere con Stefano più tempo per fargli conoscere i posti della zona di Milano in cui avevo vissuto per ben 4 anni ... Cos'altro dire.. è stato molto piacevole potermi sentire così a mio agio con una persona che non conoscevo affatto ma che mi sembrava conoscere da sempre..................................e poi è arrivato il mio ultimo giorno a Milano trascorso in giro per la fiera di Gorgonzola, paesino a 20 Km da Milano dove ho vissuto prima di ritornare a Cosangeles ...lì è stata veramente dura son passata sotto quella che per tanto tempo era stata la mia casa , ormai abitata da altri: le piante sul terrazzo, che io stessa avevo piantato, ormai non c'erano più........... l'unica cosa il mio cognome sul citofono e lì non vi nascondo che la commozione è stata tanta .............. Lunedì mattina,nel caos dello sciopero dei mezzi,partenza da Linate ..e mentre l'aereo cominciava il suo decollo pensavo già alla prossima volta in cui sarei tornata nella mia amata Milano............

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L'Irlanda vista dai Cosentini, ovvero sono piu' Cosentini loro! - di Flavio Ponte

Estate 2003: dopo anni ed anni trascorsi nella valle del Crati a domandarsi "ma cchi ssi mangianu in europa?", "ma cumu si vestanu 'ntrà ss'europa?", "ma cumu mina à vità 'ntrà si paisi nordici?", "ma à cchi serbanu ssi gheuri?" e soprattutto "ma mò ca simu tutti 'ropei....facimu nù cambionato unico??"; io e Daniela (fidanzata ed amica di tutti i CSIW) ed altri due spaturnati (Dora, la cuoca; Fulvio, il cinghiale) abbiamo deciso di partire alla volta dell'Irlanda !!! La nostra sete di conoscenza non poteva attendere oltre.....novelli evangelisti della cosendinità "olloverdeuord" ci siamo imbarcati alla volta di Dublino carichi di entusiasmo (le sazizze non ce l'hanno fatte portare) !!! Continua

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Paolo e la "sua" Sicilia - di Paolo Peluso

Cari ragazzi sto per lasciare la bella e calda Sicilia per tornare nella fredda, piovosa e soprattutto nebbiosa Parma (dal 9/6 sarò a pr). Vorrei, in merito, esprimere delle considerazioni che, un anno fa, probabilmente, avendo una conoscenza meno che superficiale della realtà locale non avrei neanche lontanamente immaginato: in primo luogo i siciliani, nu pocu 'ncazzusi però simpaticissimi e con i quali è veramente facile fare amicizia, frequentarsi e ciotiare come se si fosse vecchi compagni del liceo, poi i luoghi, veramente splendidi, avendo Catania come base ho girato l'isola in lungo e in largo e un tour della Sicilia lo consiglio a tutti, in particolare a S. Vito lo Capo (TP), località balneare dalla spiaggia rosa e dall'acqua calda e cristallina (il 2 maggio ho fatto regolarmente il bagno) ho scattato la foto allegata e ho mangiato anche dell'ottimo pesce alla "Antica Trattoria Cusenza" (vedi foto), insomma guagliù un posto da meeting dei CSIW! Le città e i loro servizi? Probabilmente io a Catania non ho chiesto molto però non ho neanche avuto alcun tipo di disagio nel viverla, sicuramente chi abita in altre realtà meno industrializzate come Agrigento, Enna.. avrà i suoi problemini... se ci si avventura occorre mettere in conto i "fattori ambientali", però ormai è così quasi ovunque, li metti in conto anche lavorando a Milano o nella stessa Parma! Conclusione con domanda, se poteste scegliere in quale città abitare, quale scegliereste?

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Nunzio all'Havana - novembre 2002 - di Nunzio Garofalo
Arrivo all'Avana al tramonto, sono almeno 5 anni che sogno questo momento e finalmente di fronte a me si materializza la scritta: "Aeropuerto Internacional Josè Martì - Habana". Con Massimo ci guardiamo in faccia, sorridiamo e ci avviamo verso gli uffici dell'immigrazione dove un solerte funzionario provvederà a registrare il nostro ingresso nella "Isla Grande". Il nostro è un viaggio on the road, alla scoperta degli angoli più reconditi dell'isola, senza alcuna pianificazione a lungo termine e con un solo desiderio: vivere Cuba. Continua

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CSIW a Londra - 31 agosto 2002 di Nadia Spaccarotella e Pierfrancesco Palmieri

L'incontro visto da Pierfrancesco
Appuntamento alle 12, fermata della metropolitana Angel, tra Islington e Highbury. Nadia è stata cordialissima, ed io sono contento di conoscerla, anche perché dalle tecno-chiacchierate del Forum è venuto fuori il suo amore per Londra, e questo è già un buon inizio.

Arriviamo puntuali come due cambiali, io come segno di riconoscimento un grosso paio di occhiali, Nadia la foto che è pubblicata nel sito. Ed è proprio come me la aspettavo: una persona simpatica, tosta, decision maker direbbero gli anglofoni, che ha preso in mano la propria vita in modo da poter dire "così ho voluto che fosse e non così è stato" (la frase non è mia, è l'unica cosa furba detta da Nietzsche).

Dopo i convenevoli di rito, ci sovviene l'immagine del Serenissimo che senz'altro ci cazzierà, in quanto nessuno di noi due ha pensato di portare una macchina fotografica per suggellare l'incontro: rimedieremo la prossima volta.

La giornata èb propizia, sole caldo ed aria fresca, quindi è d'obbligo la passeggiata alla ricerca del perfect place per pranzare. In zona hai l'imbarazzo della scelta, e mi affido all'esperienza di Nadia per trovare un'alternativa valida. Alla fine optiamo per un ristorante afro-mediterraneo il cui proprietario, credo peraltro turco, non appena scopre che siamo italiani, comincia a parlarci nella nostra amata lingua e, va detto, non combina casini né con le ordinazioni né nel parlato. Pesce azzurro per Nadia, uova per me, e vai col tango! Tutto ottimo, perfino il caffè se ponderato alla luce della qualità media britannica.

Mi pervade una sensazione di benessere, ci siamo conosciuti da pochissimo eppure sembra una vita che ci sentiamo tutti i giorni: senz'altro se fossi ancora a Londra, Nadia è una delle persone che frequenterei volentieri e mi farà piacere rivedere nelle prossime trasferte in terra d'Albione. Aggiungi che la permanenza londinese non le ha toccato il leggero accento cosentino che fa sempre piacere ritrovare in giro per il mondo.

Seconda parte della passeggiata, dal lato Highbury questa volta, e commiato presso nuova metro station, tra case che costano care come il fuoco e tanta gente, tutta di fretta.

I discorsi sono tanti, inutile cercare di ricordarli tutti, dagli amici in comune alla nostalgia di casa ai piani per quando saremo grandi. Discorsi che riprenderemo, spero, la prossima volta che ci vedremo, Londra, Cosenza o altrove, sarò sempre onorato!

L'incontro visto da Nadia 
Trovo Pierfrancesco ad aspettarmi nel luogo del nostro appuntamento. E' bello come il sole, con il celebre sorriso aperto e accattivante del padre, e una splendida fossetta sulla guancia destra. Mentre ci avviamo alla ricerca di un ristorante, cominciamo a costruire la mappa dei nostri percorsi di vita, che rivelerà tanti punti in comune: l'amore per Londra, gli studi, lo sport, i sentimenti. Il posticino che scegliamo per pranzare non è niente male. Pierfrancesco ordina un tipico "English breakfast", con uova, salsiccia e pancetta, che chiaramente lo riporta con la memoria ai tanti bei momenti che ha trascorso in questa città.

Si parla di tutto, e Pierfrancesco si dimostra simpatico, intelligente e spiritoso, oltre che bello… Nella passeggiata dopo-pranzo ci incamminiamo verso la "mia" zona della città. Mi fa piacere fargli scoprire posti con cui non aveva tanta familiarità. E' molto piacevole potersi sentire così a proprio agio con uno sconosciuto: evviva il professor Palmieri e i CSIW!!!

Pierfrancesco mi ha detto che tornerà a Londra abbastanza di frequente, anche se adesso, col pupo/a in arrivo, tutto si fa più difficile… Mi farebbe davvero piacere avere l'opportunità di "aggiornarlo" sulla vita londinese e di passare qualche altra ora piacevole con lui. Magari lo rivedrò a Cosenza prima che a Londra. In ogni caso, sappiamo bene che conserveremo sempre un legame speciale, determinato dal nostro rapporto con questa grande città.

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Fumo di Londra (1) - di Pierfrancesco Palmieri

La mia storia
Il mio rapporto con Londra nasce nel 1984: sono gli ultimi anni della swingin' London: Soho è un postaccio pericoloso, così come lo sono gli skinheads che lo popolano. Per i nostalgici, si riescono ancora a scorgere gli ultimi mods, tanto cari al Serenissimo, caratterizzati dal coat verde militare e dal fatto di essere tutto fuorché aggressivi.

In quella estate mi tocca il viaggio premio che, confesso, avrebi volentieri scambiato con un motorino di seconda mano. Unico aspetto a solleticare il mio ego: la possibilità di passare tre settimane per conto mio, per la prima volta…

Avrei dovuto parlare inglese tutto il tempo, frequentare un corso per migliorare il mio inglese, e soprattutto evitare la compagnia dei miei illustri compaesani. Ho speso tre settimane della mia vita con loro, alla ricerca dei bootleg più rari a Carnaby Street (ricordo ancora un introvabile live in Eindhoven 1980 dei Joy Division), delle magliette più tamarre, e, inderogabilmente, delle belle fanciulle di cui Londra è sempre stata popolata. Risultato: 21 giorni bellissimi, tanti nuovi amici con cui giurare che saremmo restati in contatto e circa trenta chili tra cassette, t-shirt e paccottiglia varia.

Poi, per oltre un decennio, più nulla.

All'improvviso la possibilità di tornare, grazie ad una grande società che si cura persino di organizzarti l'affitto dell'appartamento. Ricordo ancora il volo serale da Linate a Heathrow, lungo il quale vedi le luci di un sacco di città, che durano pochi secondi sotto di te e sembrano tanto piccole. All'improvviso vedi un mare di luci che riempie tutto lo spazio sotto di te, sembra quasi che tu stia abbassando gli occhi verso un cielo capovolto, Londra. L'aereo cabra per perdere quota, una giravolta nel buio, ed ecco che ti ritrovi di nuovo nel cielo sottosopra di prima, ancora più grande. L'aereo continua ad abbassarsi e le luci prendono forma, si distinguono gli edifici, i monumenti, il Tamigi, e ti stupisce come tutto sia illuminato, tanto da potere distinguere facilmente i parchi, uniche macchie d'inchiostro nel luminoso mare sottostante.

Alla verifica passaporti ti accorgi di essere arrivato in una grande città: una marea di gente di tutte le etnie affolla questa sala con decine di postazioni di controllo; non fosse per i vestiti della gente sembrerebbe la scena dell'arrivo di Vito Corleone a Nuova York. L'ultimo ostacolo quel controllo - e poi sei libero di cominciare un'altra avventura, forse una nuova vita.

Conoscere Londra è un'impresa, o almeno lo è tentare di conoscerla bene. Tutti sappiamo di Piccadilly, Regent Street, Madame Tussaud e così via. Quello che non tutti hanno presente, nemmeno io troppo bene, è il lato meno commerciale della città, il suo essere cosmopolita ma vivibile e old-fashioned allo stesso tempo. Forse, in sostanza, l'essere mille città allo stesso tempo.

Da non perdere
Il parco di Richmond, uno ziliardo di volte meglio di Hyde Park, coi cerbiatti che ti mangiano dalle mani ed una concentrazione di cristiani tipo quella della Groenlandia. 
-South Kensington, o meglio le traverse delle arterie principali (quasi tutte si chiamano Gardens), in cui chiunque davvero riesce a sentirsi Hugh Grant a passeggio con Julia Roberts. Già perché nessuno ci crede ma Londra è davvero una città romantica. 
-Il breakfast tradizionale da Smiths of Smithfield (67-77 Charterhouse St.): alla faccia del colesterolo, della mucca pazza e delle diete, non c'è quasi nulla di più godurioso del full breakfast che ti organizzano lì. Già che ci sono voglio spendere una parola per cancellare un falso mito: non è assolutamente vero che a Londra si mangia male. C'è un'infinita scelta di cucine e ristoranti, dai fantastici e relativamente economici vietnamiti di Shoreditch (Viet Hoa Cafe, 70-72 Kingsland Rd.), ai cinesi che nulla hanno in comune con quelli nostrani (provate il Royal China, 40 Baker St.), a quelli un po' più trendy (Great Eastern Dining Room, 54-56 Great Eastern St.), fino ai posti di lusso che costano una tombola ma spesso ne vale la pena (da provare Spoon presso l'hotel Sanderson in Berners St., e Asia de Cuba, 45 St. Martin's Lane). Male che vada, quasi ovunque trovi un All Bar One, dove qualcosa di commestibile la trovi sempre.
-I grossi centri commerciali tipo Harrods o Selfridges, sotto le festività e più in generale durante i weekend. Troppa gente, troppo cari.
-I teatri: pochi posti al mondo offrono la stessa scelta di spettacoli delle vie di Theatreland, e l’atmosfera è grossomodo quella di un cinema nostrano, nel senso che puoi andarci vestito come ti pare, e nessuno ti guarderà male.
-I musei: National Gallery, Tate Modern, British Museum, Museum of London to mention some, non aggiungo altro….
-Il lungo Tamigi, ed il panorama da London Bridge di sera verso entrambi i lati: a me ha tolto il fiato la prima volta e continua ad incantarmi da allora.

Da evitare
-Gli inglesi dopo che hanno bevuto molto. E’ opinione comune che gli autoctoni siano rissosi, sciatti e sporchi. Credo che, effettivamente, tutti bevano in media molto più di noi, e molti divengano perniciosi dopo l’esercizio. Credo peraltro che sia solo una questione di stupidità, e che la stupidità sia equamente ripartita sul pianeta.
-Il mercatino di Notting Hill Gate, troppa gente, troppa fuffa;
-I grossi centri commerciali tipo Harrods o Selfridges, sotto le festività e più in generale durante i weekend. Troppa gente, troppo cari.

In definitiva
Londra è una città unica, bella perché grande, sempre più grande perché bella. Io ho avuto la fortuna di viverci, e un giorno ci tornerò perché lì ero felice anche con pioggia, nebbia e tutto il resto. Samuel Johnson ha scritto “se si è stanchi di Londra si è stanchi della vita”: sottoscrivo in pieno.

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Fumo di Londra (2)- di Nadia Spaccarotella

Anche la mia scoperta di Londra risale agli anni '80. E' il 1982, la Thatcher è impegnata a bombardare le Falklands/Malvinas, e io con un po' di fatica riesco a convincere i miei che la vacanza-studio di sei settimane nella capitale inglese è pur sempre una buona idea.

Vivo con una famiglia molto simpatica, marito insegnante, moglie casalinga laureata in scienze, due bambini di una decina d'anni. Casa strepitosa a Hampstead… adesso, col senno del poi, capisco cosa voleva dire la padrona di casa con la frase: "Siamo gli unici non ricchi di questa zona"…

Passo tanto tempo a zonzo, mangio i miei primi hamburger da McDonalds (e decido che mi fanno schifo), conosco persone di vari posti. Riesco a non stare sempre e solo con italiani - con ovvi benefici per il mio inglese.

Negli anni successivi passo da Londra diverse volte, ma solo per pochi giorni, di strada per il nord d'Inghilterra, dove nel frattempo ho trovato marito (però vivevamo in Italia). Poi nel mese di giugno del 1992, post-separazione dal marito suddetto, decido di passare l'estate a Londra, dove ho un paio di buoni amici: che rivelazione!!!

Entro subito nello spirito della città: mi fascia stretta quella sua incredibile atmosfera fredda e accogliente allo stesso tempo, i suoi ritmi alienanti ma anche liberatori. Non mi sento sola, ma piuttosto piccolo meccanismo di una ruota enorme che continua a girare mio malgrado. Ad alcuni questo può sembrare angosciante. A me, in quel periodo difficile, dà lo spazio e la libertà necessari per ritrovare me stessa.

Alla fine dell'estate, Cosenza mi appare sempre più lontana e indesiderabile. Resto a Londra, poi faccio un master, poi trovo lavoro da giornalista, e poi… eccomi ancora qua!

Da non perdere
-Hampstead Heath: una foresta più che un parco, con laghi dove gli intrepidi fanno il bagno, una collinetta con vista su tutta Londra (Parliament Hill) che pullula di aquiloni, caffé all'aperto (Kenwood House). Offre un vero scorcio di vita londinese. 
-Un giro per pub (possibilmente anche con musica da ballo) in zone semi-malfamate ma anche molto vitali, tipo Camden e Hoxton. State alla larga dagli ubriachi, però! 
-Waterloo Bridge: attraversandolo a piedi si gode un panorama davvero spettacolare. -Un giro sugli autobus rossi a due piani - quelli tradizionali, senza porte. Consiglio in particolare i numeri 73 (da Victoria) e 19 (da Sloane Square). - Covent Garden: sì, è una zona molto turistica, però conserva ancora un certo fascino. E poi è d'obbligo un'occhiata al teatro dell'opera che, dopo la ristrutturazione di un paio d'anni fa, è davvero un gioiello! 
-Per chi ama i mercatini: Camden di domenica - caos pazzesco, ma molto pittoresco. Spitafields, anche lui di domenica. Un vero mercatino rionale, niente a che vedere con le trappole per turisti….

Da evitare
-Le zone super-ricche e piene di italiani, tipo Kensington. Se proprio dovete, fateci una passeggiata, ma poi andate a vedere la vera Londra.
 - Il centro super-turistico, tipo Piccadilly Circus, Leicester Square, Oxford Street. Se è la prima volta che siete a Londra, magari una visita fugace ce la dovete fare, ma per il resto non vale davvero la pena di restarci più di tanto. 
- I ristoranti italiani. Per mangiare bene dovete spendere molto. E comunque, se restate per pochi giorni, fareste meglio a provare qualcosa di diverso, no?

In definitiva
Per me Londra è più di una città stimolante: è un luogo dello spirito, dove si trovano tante anime diversissime eppure uguali nella loro umanità. Non è detto che ci resti per sempre, ma la città sicuramente resterà sempre con me.

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Due csiw a Washington - di Andrea De Iuri e Davide De Santo
Sabato 20 luglio 2002 Washington, USA.

Tempo come al solito tra l'appicicaticcio e l'umidiccio. Casa del De Iuri è carina con l'immancabile moquette americana, l'immancabile aria condizionata (chissa però funziona sulu quannu vo' e stasira para di no), ma anche con un balconcino che "fa sfoco". La "room-mate" di Andrea è simpatica ed Uruguaiana, secondo lui un po' troppo casinara, mah!
Io ed Elly (mia moglie ndr) siamo arrivati ieri, io da Phila e lei da Balto: Amtrak (non è ancora fallita), Marc train e Metro. Washington già dalla stazione mi sembra diversa dalle altre città americane viste finora. La gente corre, anche se è venerdì sera. Dove cacchio va non si sa, ma corre. Mediamente gli ammericans di qui mi sembrano meno grassi e vestiti meglio (eufemismo). Comunque l'impressione è di essere arrivati nella capitale. La sera di venerdì, cena fuori ad Alexandria (Alegsendria). Andrea mi spiega che è in Virginia ma in realtà siamo sempre li, vicino al pentagono, io intanto guardo in alto e mi tocco. (A proposito adesso vicino al pentagono c'è un bel missilaccio pronto per ogni evenienza ndr). Il taxi qui non ha tassametro si paga a tabelle, mah! A parte il caldo Alexandria è carina, cena spagnola a base di Tapas (ottime) con relativa ballata su musiche dei Gipsy Kings suonate da un gruppo Colombiano (guarda te sta globalizzazione che ti combina). La sera vola via veloce anche perché la compagnia è allegra. Naturalmente si parla Italiano anzi romanesco. Ci sono: Roberto (di Roma appunto), Laura (Dominicana ma che parla più romanesco del ragazzo) e Fernanda (Uruguaiana), lei non parla Italiano ma capisce. Soprattutto Andrea direi.

La mattina di Sabato si dorme, Andrea da bravo terrone, ci ha ceduto la camera da letto e lui si è steso sul divano in salotto, dice di aver dormito bene! In realtà la mattina scopro che ha dormito su una specie di poltrona un po' più larga e che ha ceduto il divano a Fernanda, mah!
Sabato pomeriggio si va in giro a comprare la roba per la festa. Riempiamo la macchina di cazzatine mangerecce ma soprattutto di superalcolici. Andrea mi spiega che qui funziona così, la gente quando "have fun" si 'mbriaca. Io annuisco e consiglio, lui paga 'na botta ma alla fine è contento, oramai siamo pronti, manca poco alla "house warming party".

Sono le 10 di sabato sera, arrivano i primi invitati, il primo è Bulgaro e mi prepara un cocktail a base di Ouzo e menta, signu già muartu. Alla spicciolata, arrivano anche gli altri. Alla fine se ne conteranno più di 70, chissà dove si saranno messi, forse nel balconcino che "fa sfoco", mah!
C'è tanta gente, ci sono un sacco di gnocche, in giro c'è un sacco di arrapo, si balla ed io devo stare attento altrimenti Elly mi stronca. Alla fine tutti vanno via, chi com'era venuto (la maggioranza) chi accompagnato (pochissimi), ma tutti 'mbriachi come cucuzze. Si sono fatti fuori 30 bottiglie di superalcolici e 5 casse di birra, niente male…. Alle 4 del mattino siamo rimasti io, Andrea e 6 irremovibili. Dopo alcuni eleganti tentativi andati a vuoto, un sonoro "IATIVINNI", detto all'unisono da me e dal padrone della casa, che oramai è molto "warming" ma poco "house", li convince ad andarsene. Non credo che abbiano colto il reale significato, ma si sono alzati e sono fuggiti.

La domenica mattina non mi accorgo che passa via. All'una siamo in centro vicino al Mall a mangiare. Washington di domenica non corre tanto. Facciamo un rapido giretto a piedi, poi l'umidiccio ci consiglia la macchina, aria condizionata compresa. Sono ormai le 6 il tempo di tornare a casa e via a giocare a pallone. Italia - resto del mondo viene interrotta per nostra schiacciante superiorità. Al rimescolo dei giocatori mi trovo a giocare con un Italo-Greco-Americano, un Dano-Svedese-Spagnolo, e un Siculo-Americano oltre che con Andrea e contro un misto di Italiani, Rumeni e Americani. Insomma nu casino o "melting pot" che fa più USA.

Alle 9 pizza. Ottima. Mozzarella di bufala, forno a legna. Il locale è italiano ma i pizzaioli messicani, valla a capire sta globalizzazione.
Siamo a lunedì mattina si riparte, metro e Marc train fino a Balto, saluto mia moglie che va nel suo lab ed io proseguo con l'Amtrak (non è fallita nemmeno oggi) fino a Phila, dove Elly mi raggiungerà stasera come ogni sera da quando ha deciso che preferisce fare la pendolare che vivere in quel cesso di Baltimore (Baltimora sa a joca sulu ccu Catanzaro in quanto a bruttezza).

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Montagne di Alfabeti - Armenia 2000 - di Carlo De Pietro 


Road trip in US la seconda parte - di Pierfrancesco Riccardi

Ci rimettiamo in strada alle nove del mattino.Una strada, stavolta, con rettilinei lunghissimi. Metto il cruise control e mi limito a tenere blandamente il volante. Penso che avrei potuto anche schiacciare un pisolino, non si correva alcun pericolo. Viaggiamo cosi` per alcune ore, in un paesaggio che incominciava a diventare monotono. A un certo punto, vediamo degli operai sulla strada che montavano della segnaletica. C'erano anche due poliziotti in motocicletta, bardati peggio di Re Artu`. Ci fanno cenno di fermarci e io gli porgo i documenti. Il poliziotto mi chiede: "how do you pronounce your first name?". Io ero gia` sull'orlo del panico, quando mi accorgo che mi stava sorridendo e leggo un "T.J. Gargiulo" stampato sul distintivo che teneva tronfiamente esposto sul taschino dell'uniforme. Il temibile poliziotto americano ha cominciato a trasfigurarsi ai miei occhi e io mi sono ritrovato catapultato in un film di Toto` al confine tra la Virginia e la North Carolina. Me lo vedo d'avanti con il suo baffo folto e il colorito olivastro, vestito con pantalone di fustagno, un panciotto di lana e un fazzoletto al collo. Gli chiedo se e` per caso parente del gargiulo che legge il telegiornale tutte le mattine su fox 5. Mi risponde in uno stentato dialetto campano che glielo chiedono tutti, ma non sono parenti. Poi mi spiega che "'ncopp'a hill ce stann' e road work. tu facit'o detour". Lo saluto stringendogli la mano e mi immetto nel detour, nel quale puntualmente mi perdo, perche` non c'e` ancora segnalazione e io non ho capito una mazza delle indicazioni di gargiulo. Recuperiamo la nostra strada e proseguiamo senza particolari eventi fino a Charlotesville, dove arriviamo verso le 4 del pomeriggio. Ci rendiamo conto, forse perche` veniamo da fuori, che l'universita` ha deciso di aiutare la primavera. Anche la piu` piccola aiuola e` stata ricoperta di letame. La puzza di cacca e` devastante per l'olfatto, ma miracolosa per la vista. Da buon italiano, mi turo il naso e continuo a godere della vista dei fiori che, a migliaia, colorano l'universita`. Vi assicuro, ogni cespuglio pare un fuoco d'artificio. Rapida doccia e ci ritroviamo al "corner" giusto in tempo per andare al concerto di Dave Matthews, astro nascente del firmamento rock americano. Matthews e` di Charlottesville e qui gode di una particolare venerazione. La citta` e` in fermento da almeno un paio di mesi per il concerto e allo Scott Stadium ci sono circa cinquantamila persone. La Band di Dave Matthews suona bene ed e` piuttosto energica. Le canzoni non sono cattive, ma non sono certamente stupefacenti. Del resto, il rock ha smesso di stupirmi da un po` di tempo. Ormai e` stato talmente metabolizzato dalla societa`, che finanche Jim Morrison e` usato come sottofondo nei supermercati. Who's gonna light our fires now? Il vero motivo per il quale ho comprato il biglietto e` che di spalla alla Dave Matthews Band ci sono Neil Young e i Crazy Horse. Si, avete capito bene! Il vecchio Neil e` ormai ridotto a fare da spalla a dei giovanotti che, pare, riescono a tittillare meglio i palati raffinati dei teen-agers americani. I crazy horse salgono sul palco verso le 7 ed io assisto alla sfida epica tra il Mito e il Tempo. Neil Young arranca nel trascinare gli anni sul palco e la sua voce non ha piu` i toni che me lo hanno fatto amare, suadenti e graffianti allo stesso tempo. Il tempo pare vincere la sua battaglia, ma le canzoni sono li`, pure e intatte, cristallizzate a rendere una testimonianza piu` duratura del loro stesso autore. Finito il concerto abbiamo ancora il tempo per una birra, tanto domani e` domenica. Ci salutiamo verso le due del mattino e io posso tornare a casa a riprendere il feeling con le mie pantofole. Le indosso e mi metto a scrivere quest'altra cosa che avete appena letto. Buananotte.

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Road trip in US - di Pierfrancesco Riccardi


Mi hanno detto: "come, vieni in America e non ti fai neanche un road trip?". La cosa non mi entusiasmava e loro mi hanno dato del misantropo. Ho precisato che la misantropia e` forse l'unico pregio che mi sia rimasto ma, comunque incuriosito, ho salutato le pantofole, alle quali avevo deciso di devolvere il mio week-end, e mi sono aggregato alla comitiva. Anche perche` la macchina designata per l'evento era la mia. Erano le dieci del mattino, la temperatura era gia` oltre i 70 gradi Farenheit. Air conditioning a "tutta" e Steve che urlava "baby we were born to ruuuun", siamo partiti dopo aver fatto il pieno di benzina ($15 - poco piu` di 30000 lire, e` un piacere fare benzina da queste parti). Nessuna meta precisa, direzione Tennessee. Ovviamente non prendiamo la interstate, ma preferiamo la 250, che ci consente di godere del landscape. Effettivamente, in questo periodo dell'anno, il panorama e` un'inestricabile matassa di luce e di colori. Gli stop ai semafori aiutavano la contemplazione. Ci sono semafori anche in aperta campagna; gli americani hanno bisogno di essere disciplinati in qualche modo, altrimenti chissa` cosa combinano. Al terzo semaforo, Steve incomincia a dare segni di nervosismo: "Why the hell all these fuckin' traffic lights are red?". Ogni piccolo inconveniente diventa fucking durante un road trip, e la shit si spreca. Steve decide che Springsteen lo ha stufato. Fa troppo casino, non si addice al paesaggio e, poi, lui deve trovare qualcosa da fare nell'attesa del verde. Meglio james Taylor, dice. Decisamente meglio. Viaggiamo per circa tre quarti d'ora senza parlare, sweet baby james parla per noi, mentre ci godiamo la luce della primavera della Virginia. A un certo punto James attaca "In my mind I'm going to Carolina....". Ci guardiamo un attimo per verificare che tutti abbiamo avuto la stessa idea: Fuck off Tennessee, down to Carolina. Rapida consultazione della cartina e via, svolta a sinistra verso sud. Ci immettiamo nella strada che attraversa la shenandoah valley e la percorriamo tutta. La strada era tutta un saliscendi di dossi e collinette. Ogni volta che si arrivava in cima a una di queste, ci si apriva il panorama della valle con sullo sfondo lo skyline delle blue ridge mountains. L'America e` fatta di paesaggi piu` che di persone. Incrociare altre macchine era un evento piuttosto raro, e in certi momenti pareva che fossimo gli unici a godere dello spettacolo della natura americana. Ad ogni modo, la mia misantropia gradiva l'assenza di umanita` chiassosa.

Attraversiamo una serie di villaggi, tutti con le loro belle casette in stile coloniale, con il porch e la yard. In uno di questi villaggi ci perdiamo, anche questo fa parte del road trip. Ci fermiamo a chiedere informazioni presso una casa sulla strada, dove vediamo un vecchio nero seduto a godersi il sole. Questi ci spiega dove dirigerci e si accorge che non sono americano, anzi, capisce che sono italiano. Mi dice di aspettare un momento ed entra in casa. Torna dopo qualche minuto con delle fotografie di un giovane soldato americano in mezzo alle rovine della Napoli del '44 (credo). "Bad thing", dice, "but people there loved us". Lo salutiamo e torniamo alla macchina mentre io canticchio "e` nato nu criaturu, e` nato niro...".

E` circa l'una, e decidiamo di fermarci per un sandwich e un caffe`. Mi sono abituato a bere il caffe` qui, ma quello che mi hanno portato era trasparente. Ho dovuto rinunciare e passare immediatamente alla sigaretta.

Dopo alcune ore di viaggio, alle sette Steve dichiara di aver fame. Non mangia mai oltre le sette e mezza ed e` terrorizzato dall'idea di cenare tardi. Siamo nei pressi di un villaggio che raggiungiamo in una decina di minuti. All'ingresso del paese, ovvero al cartello che ne segnala l'inizio, ci poniamo la domanda solita di quando si arriva in un centro abitato americano: "where is the town?". In vista ci sono solo le solite case sparse, un motel e un locale con un insegna che un tempo, forse, era luminosa. Il motel mi pare una buona idea per passare la notte. Richie preferiribbe non spendere soldi e dormire in macchina. Io sono gia` incazzato per non poter dormire nel mio letto. Gli dico il canonico fuck you, scendo dalla macchina e vado a farmi dare una stanza per tre. Dopo dieci minuti, infatti, si presentano dicendo che ci hanno ripensato. Si va a cenare nel locale a fianco al motel, cosi` si puo` andare a piedi e si puo` bere. Il locale era di quelli che tipicamente si vedono nei film. Un juke-box sparava canzoni country a volume indecoroso. Le canzoni erano urlate altrettanto indecorosamente dagli avventori, tutti per lo piu` di mezza eta` e rigorosamente bianchi, vestiti in jeans attillati e camicie a quadrettoni.

La barista esce dal bancone e si avvicina al nostro tavolo per prendere le ordinazioni. La osservo mentre ordino il mio harsh bbq; deve essere stata una gran bella ragazza qualche tempo fa. Avra` circa quarantacinque anni e la voce roca di chi fuma un migliaio di sigarette al giorno. L'ampia scollatura lascia intravedere un tatuaggio, ormai ridotto a una scura e indistinta macchia sul seno. Anche questo mi pare un segno della vita, non del tempo. Mi attira pur senza attrarmi. Continuo ad osservarla per tutta la nostra permanenza nel locale e mi convinco che sia rassegnazione, quello che traspare dagli svogliati sorrisi che elargisce ai clienti.

Dopo un paio di birre, Richie decide di passare a qualcosa di piu` forte. Dice che un bourbon va bene, anche se non siamo in Tennessee. Tra la stanchezza del viaggio e le birre gia` bevute, al secondo giro di bourbon incomincio a sentire gli effetti dell'alcool. Steve mi pare ancora sobrio e guarda la partita di basket in televisione, mentre Richie e` ormai in quello stadio in cui si parla senza bisogno di interlocutori. Steve si gira e mi chiede di che cosa rido. Gli indico Richie. Steve sorride e si rigira verso la partita. Non mi ero accorto di avere un sorriso sulle labbra, ma in realta` stavo pensando che fra un mese torno a casa. Prendo carta e penna e incomincio a scrivere questo reportage (continua...)

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Parigi, mon amour - di Eugenio Peluso

Vivo a Maisons Laffitte, un paesino a qualche chilometro da Parigi. Non so da dove cominciare il mio reportage, allora vi parlo di quello che mi viene in mente, un po' alla rinfusa.

LA VILLE LUMIERE 
Mi e' capitato di passare intere giornate passeggiando per Parigi: nonostante i chilometri percorsi, la voglia di scoprire un nuovo angolo o un nuovo scorcio cancella ogni stanchezza. Non sono tanto le mete tipiche ad impressionarmi, quanto il fascino che interi quartieri come il celeberrimo quartiere latino, Belleville o il Marais esercitano. Uscire a qualsiasi ora e vedere gente, negozietti gestiti perlopiu' da arabi aperti a tutte le ore, l'odore delle baguettes appena uscite dal forno, insomma, non mi fate scrivere un temino come alle elementari: fatevi un giro.

NAPOLEON
I francesi si sentono tutti nipotini dell'Imperatore. Lo spirito di grandeur li pervade in ogni piccola occasione fino al grottesco. Assente del tutto l'autoironia, qui si vive con la missione di mostrare il proprio valore acquisito con la nazionalita' stessa. 
Per fortuna, essendo italiano, non posso a priori giocare la stessa partita e mi guardero' bene dall'oberare i miei figli di questa enorme responsabilita' facendoli nascere in Francia. Prima di venire qui pensavo che la mania di grandezza fosse una patologia da film di Woody Allen, ora mi accorgo che c'e' un intero popolo che ne soffre. Provare per credere. Offro cena a chiunque sia riuscito a far ammettere un errore ad un parigino.

La RER 
E' la metropolitana che arriva fino in banlieu. Frequentata da varia umanita', basta guardare i viaggiatori per capire se si e' in zona 1, zona 3 o zona 5. Citta' e dintorni sono infatti suddivise in 5 anelli concentrici , forse d'ispirazione dantesca (da non confondersi con i numerosi arrondissement, ognuno dei quali dotato di mairie, in cui e' suddivisa la citta' vera e propria. Se vi dicono: "abito nel dodicesimo", si riferiscono a questo). Costante la presenza di poveracci che chiedono qualche franco per campare, mentre capita spesso di avere brutte esperienze, specie in periferia. Sono le bande di simpatici giovanetti coi loro coltellini onnipresenti e poco dialettici che spesso combinano grossi guai. Di gran moda il pit-bull. Anche la police non ispira tanta fiducia: gli agenti viaggiano anch'essi a bande, armati di tutto punto, pure loro coi cagnacci e scarsamente dialettici. Comunque esistono 4 linee RER e 14 linee di metropolitana che garantiscono una copertura capillare del territorio. I prezzi sono piuttosto alti: 1,2 euro per il percorso minimo, 3euro per attraversare 3 zone.

EGALITE'
I francesi non mi stanno molto simpatici, ma sono costretto ad ammirarli. Si sentono come il popolo illuminato ed erede dei valori conquistati e difesi negli ultimi duecento anni di storia europea. La costituzione del 1791 proclama: "al rango dei doveri piu' sacri della nazione, figura l'assistenza ai poveri di tutte le eta' ed in ogni circostanza della vita". La Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino del 1793 riprende:" Il soccorso pubblico e' un debito sacro. La societa' deve sostituirsi ai cittadini sfortunati sia procurando loro un lavoro, sia assicurando i mezzi di sussistenza a quelli che non sono in grado di lavorare". La legge istitutiva dell'RMI (sorta di sussidio per i disoccupati) del 1988 afferma: "Chiunque, in ragione dell'eta', del suo stato fisico o mentale, della situazione dell'economia e dell'occupazione, si trovi nella impossibilita' di lavorare, ha il diritto di ottenere dalla collettivita' mezzi idonei alla sussistenza". Questi propositi sono poi realizzati da un sistema che aiuta persino gli studenti a pagare l'affitto delle case. Ma e' difficile spiegare come egalite' e fraternite' siano legate nello spirito dei francesi. In Italia il soccorso reciproco si realizza in ambito familiare, nessuno di noi conta veramente sullo Stato. Qui sento di padri che si riufiutano di garantire per l'affitto dei figli, ma allo stesso tempo vedo ragazzi che sembrano usciti dal film "l'Odio" non negare l'elemosina ad un clochard in metropolitana. Non vi dico il mio stupore nell'apprendere che qui un genitore che sovvenzioni un figlio maggiorenne disoccupato o studente, puo' dedurre la cifra dal reddito imponibile! Nel XIX secolo, Malthus e Ricardo, opponendosi alle "Poor Laws" tracciavano la via anglosassone del "workfare", tanto alla moda oggi. I poveri sono responsabili delle proprie decisioni di procreare e se non provvedono a nutrire la propria prole, non tocca allo stato di occuparsene. Lo stato puo' al massimo avere un ruolo paternalista, come lo stesso Bush afferma nel terzo millennio, rispolverando la compassione concessa da Stuart Mill e Marshall verso "il residuo" di individui incapaci di scendere nell'arena competitiva del mercato. La cultura francese non mira invece a rinchiudere il povero nel suo status tramite l'assistenzialismo. Non e' un caso che la teoria dei contratti e lo studio degli incentivi sia opera soprattutto di economisti francesi . Tutto questo per dire che qui tutti possono permettersi un dentista decente, pagare un affitto ed avere qualcosa da mangiare, senza chiedere niente a nessuno. Certo la poverta' esiste, ci sono interi quartieri abitati da sans-papier che creano forti tensioni, la segregazione e' palpabile da un isolato all'altro, ma forse in Italia non sopporteremmo mai simili tensioni e tante facce e colori diversi…..

IGIENE
Devo dire che gli standard italiani sono molto piu'elevati. Mi e' capitato di entrare in bar superluminosi e vedere lo straccio del pavimento risciacquato sulle tazzine…. Meno male che il "caffè" qui costa tremilalire, cosi' non cado in tentazione. Anche negli ambienti chiusi, la scarsa simpatia dei francesi verso l'acqua non tarda a mostrarsi. Quest'anno, due milioni e mezzo di casi di gastroenterite. Nessuno e' perfetto! (continua)

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In marcia sulle strade della Virginia - di Pierfrancesco Riccardi

La Virginia è una bella terra, luminosa e colorata, soprattutto in autunno, quando l'acero risplende rosso sotto il sole ancora generoso di ottobre. Fu la prima colonia inglese. Qui si sviluppò un'economia agricola basata essenzialmente sul tabacco e qui nacquero Thomas Jefferson e George Washington. Fu anche lo stato più settentrionale della confederazione sudista e quindi il vero e proprio campo di battaglia della guerra civile. In epoca più recente, la Virginia sudista fece fatica ad accettare la grandezza sportiva del proprio figlio nero Arthur Ash. Charlottesville è la città dove risiedeva Thomas Jefferson che qui fondò l'Università della Virginia. L'architetto Jefferson progettò personalmente il campus, in uno stile coloniale molto influenzato dalla sua passione per il neoclassicismo italiano. A prima vista, questa architettura sembra infondere tranquillità e serenità. Ma se guardate attentamente, noterete lo stuolo di corvi che vi volteggia sopra la testa; osserverete il contrasto tra le linde facciate degli edifici e le ombre scure e informi che si disegnano la sera nei giardini dell'università; vi chiederete il perché del contorcersi dei "serpentine walls"; capirete che questo scenario deve aver avuto un effetto sulla mente offuscata (o forse illuminata) dall'oppio e dall'alcool di un giovane Edgar Allan Poe. Lo so, l'ambientazione che vi sto raccontando probabilmente non coincide con l'idea che molti di voi hanno dell'America. Sicuramente non coincide con l'idea che avevo io e che era quella delle grandi downtown, dell'Empire State Building e del Golden Gate. Se vi capita di visitare gli Stati Uniti, non fermatevi alle grandi città, noleggiate una macchina e magari venite in Virginia, o comunque addentratevi nella immensa provincia americana, dove troverete la vera grandezza degli USA. Si, la grandezza!
Proprio ieri sera, mi è capitato di vedere un documentario trasmesso da "the History Channel". L'occasione per il documentario era il ventennale dell'ultima corsa di un treno che collegava Chicago e Los Angeles e l'argomento era la scomparse del treno come mezzo di trasporto di massa. Credo che anche voi siate sorpresi, come lo ero io ieri. Il treno...finito? Mi tornano in mente le voci "Paola, stazione di Paola" oppure "il treno xyz, proveniente da Castiglione-Cosenza, viaggia con circa venticinque minuti di ritardo". Viaggia??? Ma diteci piuttosto dove si è fermato, se è partito!!!. La grandezza dicevo. Il treno, simbolo della modernità, appartiene ormai alla storia! Mi chiedo proprio quale sia la grandezza della forza innovatrice, della proiezione verso il futuro che pervade questa Nazione. Si, Nazione, con la N maiuscola. 
Perchè questo è il grande mistero americano e l'essenza stessa dell'American Dream. Come può un simile miscuglio di facce, abiti, cibi, usi e religioni, una simile Babele delle lingue diventare una Nazione? Nessuno lo sa e io non so neanche dare una definizione del che cosa significhi essere americani. Sta di fatto, però, che tutti lo diventano dopo poche settimane. Vi sento già mugugnare: e la pena di morte? E le armi che trovi negli scaffali del supermercato e paghi tranquillamente alla cassa? E i metal detectors all'ingresso delle scuole? E l'angoscia della mobilità? Lo so e non ne parlo volutamente. Io voglio vivere a Cosenza, ma ho preso ad amare questa gente cortese ma fredda, competitiva ma leale, disponibile ma incapace di perdonare, individualista al punto da preferire che gli vengano offerte opportunità piuttosto che garantiti diritti.

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Cartolina da Dublino - di Salvatore Merando

Dublino è una città che ti conquista subito anche se non è Parigi, non è Londra, non è New York, con il loro carico di storia e di arte, crocevia mondiali, meltin' pot della globalizzazione tecnologica e finanziaria. 
Eppure c'è qualcosa di particolare lungo le rive del Liffey, qualcosa che respiri quando osservi le costruzioni tipiche dell'architettura georgiana attorno a St. Stephen Green o che assapori bevendo una Guiness o una Smithwicks in uno dei tantissimi pub sparsi ad ogni angolo di strada.

Ci andai per la prima volta 12 anni fa per studiare. Volli testardamente andarci da solo proprio per entrare in sintonia quanto più possibile con quella strana gente rossa anche se per una settimana ebbi la graditissima visita di un csiw Dino Pasqua, anche lui giovane ai tempi , impegnato in una ricerca anche di se stesso a zonzo per l'Europa in interrail con il quale passammo indimenticabili giorni. 
Ci sono tornato tante volte sia in vacanza, sia per lavoro (ho trascorso almeno 3 giorni a settimana a Dublino nei primi 6 mesi del 2000), sempre con un occhio nuovo, conoscendo e frequentando gente molto diversa. Eppure un elemento comune lo ritrovi: l'estrema cordialità e socievolezza, cose che non sono mai venute meno, anche negli ultimi anni quando la Celtic Tiger ha imposto il suo modello di sviluppo incredibile passando dall'essere cenerentola d'Europa a diventare un case study. Il rischio, infatti, era che la gente poteva rimanere avviluppata nel binomio ricchezza-egoismo. E invece NO e GRAZIE AL CIELO !

Cosa si deve fare a Dublino? La risposta è difficile per uno come me che, per esempio, ha passato una sua estate in compagnia di un amico dubliner, convivendo lo stesso stile di vita, ai tempi disoccupato, bighellonando durante la giornata, andando a ritirare il sussidio e bevendo la sera al pub. 
Comunque un turista più normale può rivolgersi all'efficientissimo Ufficio turistico di O'Connel street  che consiglia anche i bed & breakfast convenzionati. Quindi si va su e giù per le strade tagliando più volte il Liffey e facendosi guidare dalla gente, numerosissima, che passeggia per le strade a qualunque ora del giorno e della notte. Grafton Street, il giardino di St. Stephen, ottimo anche per le pennichelle pomeridiane sul prato, senza l'incubo della cacca di cane, il quartiere di Temple Bar, dieci anni fa abbandonato a se stesso e oggi, centro della vita dublinese, con tanti locali, ristoranti, pub, un pò come il centro storico di Cosenza. Attraversando l'half penny  bridge vi consiglio il Pravda, ottimo pub abbastanza moderno e ricettacolo della gioventù dublinese. Per i ristoranti c'è una varietà incredibile. Vi segnalo un eccellentissima bettola romana ,IL BACCARO, dove si mangia divinamente e poi, visto che siamo in tempi di mucca pazza, Bishoff, il fish&chips più famoso di Dublino in Westmoreland Street. Se volete comprare dischi, un salto da Freebird all'angolo tra O'Connel bridge e O'Connel street è una meta obbligata per chi vuole trovare qualcosa di particolare che non siano gli U2 e affini.

In Dublin fair city, where girls are so pretty...

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l reportage sull'Argentina dai nostri inviati speciali (Bria e Riccardi)

di Federico Bria
Buenos Aires è una metropoli che, a stare davanti all'obelisco di Avenida 9 de julio, sembra addirittura tentacolare. Una moltitudine di gente e di auto che ti sfrecciano davanti facendoti sentire lontano anni luce dalla "scisa i Pagliaro". Eppure, proprio quando credi di essere lontano, ti capita di sentire una esclamazione in cosentino perfetto. Una vecchina stava per essere investita! La fermo, le parlo, l'accompagno dall'altra parte di una strada cittadina a diciotto - diciotto!!! - corsie. E' arrivata qui cinquant'anni fa da Fagnano. Non è mai più tornata a casa. Per salutarmi mi prende il viso tra le mani e dice: "bell'ì nannuzza". Può sembrare un episodio, è vero, ma è quello che mi è capitato decine di volte girando per la capitale argentina. Il primo tassista che ho incontrato in aeroporto, per esempio, si chiama Walter Bianco. E' nato in Argentina da genitori argentini. "Mio nonno - mi ha detto in spagnolo - era calabrese di Potenza". Forse era di Cosenza, ho provato a correggere. "Si, di Cosenza". Lui, però, non sa neanche dove si trova...

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di Pierfrancesco Riccardi
Raramente sono tornato da un viaggio con una così netta sensazione di non averci capito niente. Le cose che ti saltano di più all'occhio in un paese straniero sono le differenze. 
Appena arrivato a Buenos Aires, invece, tutto aveva un'aria stranamente familiare. Non conoscevo i luoghi, ma riconoscevo le persone e l'aria che si respirava. Ricordate com'era Cosenza (o una qualunque altra città italiana) venti o trenta anni fa? Ricordo che giocavamo a pallone per strada, c'erano poche macchine e il tempo sembrava scorrere più lentamente di adesso. La televisione passava preoccupanti notizie (almeno a giudicare dalle reazioni dei miei genitori) sulla crisi energetica, l'inflazione,la disoccupazione e via discorrendo. Ricordo anche che qualche tempo prima doveva esserci stato un boom economico, ma ormai se ne era persa la traccia. Non so come sia adesso la vita in Argentina e non posso certo giudicare sulla base di un passaggio così fugace. Ma tutto ciò che ho visto mi ha riportato alla memoria quelle immagini della mia infanzia. Sembrava un film di Fellini: non si capisce ma ti trasmette uno stato d'animo (Nino Rota avrebbe composto certamente un tango per la colonna sonora).
Una differenza sostanziale c'è. In Italia l`evoluzione è evidente. I figli vivono meglio di come hanno vissuto i genitori e i nonni. In Argentina non è così. I figli si barcamenano sempre nelle stesse difficoltà dei loro genitori, e tutto sembra inesorabilmente statico. Il tutto contrasta con l'allegria e il calore della gente. Credo che anche in Italia la gente fosse allegra e calorosa qualche decennio fa e questo è l'immagine che molti di loro hanno nella loro memoria. Purtroppo, ora non è più così. Ora siamo ricchi, c'è la new economy e non abbiamo più il tempo per il calore umano. La questione che mi rimane irrisolta per mancanza di elementi è: l'Argentina e' un paese del terzo mondo o no? Insomma, tutti(o quasi) hanno una macchina, ma la macchina migliore è la Duna. Non c'è un vero e proprio fenomeno di emigrazione, ma quelli che possono (e sono tantissimi) non ci pensano due volte a chiedere la cittadinanza italiana. Qualcuno dei più vecchi mi ha tristemente detto che una volta mandava soldi in Italia, ora lo aiutano dall'Italia.

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